Etica Naturale

Conferenza sul clima a Bali (03-14/12/2007)

Archiviato in: Notizie dal mondo — Valerio Russo 22 Gennaio 2008 @ 15:51

Dal 3 al 14 dicembre del 2007 si è svolta a Bali (Indonesia) la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici: un appuntamento cruciale per capire la reale intenzione della comunità internazionale di affrontare la minaccia del cambio di clima. Infatti, nonostante la ratifica del protocollo di Kyoto e la sua entrata in vigore, le emissioni di gas a effetto serra, responsabili del mutamento, non accennano a diminuire.

Il protocollo aveva stabilito che le emissioni dei gas serra dovevano essere ridotte del 5% entro il 2012 rispetto ai livelli del 1990. Nonostante l’obiettivo di riduzione, nel 2005 le economie ricche, ad esclusione dei paesi dell’ex blocco sovietico, hanno fatto registrare un aumento dell’11% dei gas climalteranti rispetto ai livelli del 1990.
E per quanto riguarda il nostro paese? Il primo elemento che salta agli occhi riguardo l’Italia è il clamoroso ritardo nell’elaborazione di una strategia complessiva: il nostro paese, invece di ridurre, ha aumentato il proprio contributo al cambiamento climatico.
Se si persevera in questa marcia mondiale verso l’irrazionale progresso, le conseguenze potrebbero essere gravi, entro i prossimi cinquanta anni il mare Artico potrebbe essere completamente libero dai ghiacci durante i mesi estivi, con il rischio di scomparsa delle isole.
Nella migliore delle ipotesi prevista dagli scienziati dell’Onu, con un aumento della temperatura globale, si assisterebbe all’aumento della frequenza di fenomeni meteorologici estremi come uragani e cicloni, con conseguente aumento di inondazioni in varie zone del pianeta, tra cui anche l’Europa mediterranea; aumenterebbe inoltre lo stress idrico e la desertificazione (rischio per i paesi dell’Africa).
Siamo di fronte al fatto che il protocollo di Kyoto è ormai limitato rispetto alle grandi alterazioni con cui l’uomo sta distruggendo il proprio pianeta, occorre dunque un nuovo accordo sul clima che dovrà entrare in vigore alla scadenza del protocollo nel 2012, e ciò deve avvenire nel minor tempo possibile in modo che il nuovo negoziato entri in vigore entro il 2012 evitando così un vuoto normativo dopo la prima fase. Come accaduto per il protocollo di Kyoto infatti, anche il nuovo accordo sarà probabilmente da sottoporre alla ratifica da parte dei singoli stati firmatari e sempre come nel primo caso ciò potrebbe richiedere diversi anni.
Bali rappresenta dunque una tappa importante per iniziare a produrre risultati concreti.
Il nuovo accordo deve essere raggiunto entro e non oltre il 2009 per far fronte alle eventuali ratifiche dei singoli stati firmatari.

Diviene sempre più importante capire che l’adattamento (la capacità di prevenire gli impatti dei cambiamenti climatici con una serie di contromisure) non è una semplice opzione ma una necessità.
Purtroppo attualmente proprio questa esigenza non riceve l’attenzione che merita, molti dei maggiori responsabili dell’inquinamento atmosferico, come gli Stati Uniti o l’Australia, non danno alcun contributo ai finanziamenti dei progetti di adattamento e questo è in parte dovuto al fatto che i finanziamenti sono ancora oggi “volontari”.
Le variazioni da apportare sono dunque:
- Maggiori finanziamenti, soprattutto da coloro che contribuiscono massivamente all’incremento dell’effetto serra.
- Fermare la deforestazione delle foreste pluviali che contribuisce al rilascio di CO2 nell’ambiente e alla successiva riduzione della produzione d’ossigeno da parte della flora.

- Estendere il sistema Kyoto integrando i paesi di recente industrializzazione come Corea del Sud, Singapore e Arabia Saudita.
Il nodo cardine è quello di fissare un obiettivo di riduzione delle emissioni globali del 50% entro il 2050 perché gli impatti dei cambiamenti climatici comportano costi umani e finanziari molto minori se si interviene preventivamente.

L’epilogo della Conferenza è stato minacciato da un inaspettato asse Stati Uniti – Russia che si sono opposti ai tagli dei gas serra per i paesi industrializzati e alla divisione delle responsabilità tra paesi ricchi e quelli in via di sviluppo.
A questo proposito è intervenuto personalmente Al Gore invitando i governi ad andare avanti con l’accordo anche senza gli Stati Uniti.
Al termine di oltre tredici giorni di trattative serrate, i delegati dei 190 paesi sono giunti all’intesa e gli Stati Uniti si sono uniti all’accordo solo all’ultimo minuto: La negoziazione su un nuovo accordo riguardo i mutamenti climatici che sostituisca in maniera più ambiziosa il Protocollo di Kyoto è prevista a Copenaghen nel 2009 ed il nuovo trattato avrà effetto a partire dalla fine del 2012.

Il mio pensiero:
Abbiamo nuovamente la conferma che l’innalzamento della comunità universale verso lo scopo etico e la promozione di interventi concreti, può e deve escludere qualsiasi elemento che cerchi di opporvisi promuovendo la propria singolarità (vedi le posizioni espresse in “L’Australia interviene contro la caccia alle balene”).
Per quanto potente ed importante uno stato possa essere, il suo muoversi come singolarità, il sostenere l’attuale interesse personale contro il mondo futuro, ne rende legittima l’esclusione dalla comunità che si fa coscienza etica e che in virtù di tale identità si percepisce come concreta e forte.

L’Australia interviene contro la caccia alle balene

Archiviato in: Notizie dal mondo — Valerio Russo 5 Gennaio 2008 @ 23:45
TOKYO - Parziale ripensamento del Giappone nella sua scelta di proseguire la caccia alle balene malgrado le proteste piovute su Tokyo dai governi di mezzo mondo. Da oggi in poi la flotta di baleniere del Sol Levante attualmente impegnata nell’Antartide non ucciderà più le megattere, specie ritenuta a rischio di estinzione, senza però rinunciare a portare avanti l’obiettivo di catturare complessivamente circa mille esemplari entro l’inizio del 2008.
La scelta fa seguito alla decisione australiana di spedire unità della guardia costiera per pattugliare le acque antartiche a caccia di prove da utilizzare in un eventuale processo contro il Giappone davanti alla giustizia internazionale.
“La nostra scelta dovrebbe avere l’effetto di migliorare le relazioni con l’Australia - ha osservato il portavoce del governo giapponese - ma dipende da come viene accolta. Gli australiani danno un nome ad ogni megattera, per le quali provano sentimenti di grande affetto, qualcosa che io non riesco a capire, ma in Australia è un vero e proprio sentimento nazionale”.
L’articolo è tratto da http://www.repubblica.it/, 21/12/2007

Il mio pensiero:
Tempo fa scrivendo della crudele crociata intrapresa dal Giappone contro le balene, riportai il pensiero di Robert McClelland (primo ministro per gli Affari esteri australiani) riguardo al fatto di usare la marina militare come deterrente contro le baleniere giapponesi, e commentai così: “Ammiro questi stati sebbene sappia che la flotta giapponese sarà lì ed il deterrente di cui si è parlato no, non ci sarà.”
Alla luce degli ultimi avvenimenti, devo ammettere che l’intervento australiano ha destato in me sorpresa e meraviglia.
Questa volta infatti, il Giappone non ha visto scorrer davanti ai propri occhi una manifestazione del pensiero ambientalista, un credo a lui sconosciuto operante nella solitudine della propria giustizia, ma ha visto chiara in volto la presenza di un altro paese, un ente di pari importanza e potenza nel gioco degli equilibri economici mondiali, portatore di un’opinione pubblica immensamente più vasta.
Occorre notare due cose:

1)Il Giappone ha rinunciato solo parzialmente ai suoi scopi, infatti, sono le sole megattere ad essere escluse dalla caccia in quanto specie a rischio d’estinzione; non cambia però l’obiettivo di catturare complessivamente circa mille animali.

2)Il parziale ripensamento è avvenuto non perché il Giappone sia stato mosso da umana comprensione della natura e delle sue creature, ma per uno stop deciso che ha fatto vacillare la sicurezza su cui finora aveva costruito il proprio potere, una sicurezza che dipendeva dal fatto che le parole non potevano colpirlo.

Abbiamo davanti agli occhi la dimostrazione che se l’intera comunità mondiale agisse in modo concreto contro il singolo che si oppone ai valori ed alle leggi di questa stessa, anche il più ostinato distruttore della morale sarebbe costretto a fare dietrofront. E questa deve essere la via che va perseguita, poiché il rischio che si corre nell’interdipendenza universale della società globalizzata è che i prodotti delle singole nazioni vengano imposti all’intero mercato mondiale.
Se immaginiamo quanto nel caso specifico delle balene ciò possa essere disastroso, capiremo subito che il Giappone non può fermarsi alla parzialità ma deve arrestare la caccia nella sua totalità e che occorre fermare il consumo di carne di balena anche all’interno della singola nazione, in quanto basterebbe un passo degli altri paesi verso questa folle economia per cadere nel massacro globalizzato.

Disegno umano per le balene

Archiviato in: Notizie dal mondo — Valerio Russo 20 Dicembre 2007 @ 17:26

http://it.youtube.com/watch?v=Y9nthlnOHms

Il 16 novembre 2007 sulla “Bondi Beach” di Sidney, centinaia di persone hanno formato l’immagine di una gigantesca balena per protestare contro la caccia ai cetacei.
Questo magnifico atto d’umanità è la dimostrazione che il nostro sentire non è stato totalmente assimilato dall’economia e che dentro di noi riusciamo ancora a percepire l’ingiustizia perpetrata contro gli esseri viventi che abitano questo pianeta ed il dolore che li affligge.
La Terra non è il luogo dove l’uomo può manifestare il suo potere e gli altri esseri non sono il mezzo per accrescere l’ego della nostra razza, siamo tutti indissolubilmente legati all’unico, grande destino: la vita.

N.B. Qualora vogliate contribuire facendo sentire la vostra voce andate qui

http://www.petitiononline.com/golfinho/

Basterà cliccare su “Click here to Sign Petition”; gli unici dati obbligatori da inserire saranno nome ed email (per privacy potrete scegliere che la vostra mail non sia visibile agli altri utenti selezionando l’opzione “Private” in “Email Address Privacy Option: (choose one)”).
1233920 è il totale di firme raggiunto fino ad ora; aggiungiamo anche la nostra!

GIAPPONE: LA FLOTTA A CACCIA DI BALENE

Archiviato in: Notizie dal mondo — Valerio Russo 28 Novembre 2007 @ 01:36
TOKYO - Una flotta di baleniere giapponesi è partita per una spedizione che, secondo gli attivisti di Greenpeace, avrebbe come obiettivo la caccia a una particolare specie di balene, quelle con la gobba, prediletta dai “whales-watchers”. La Nisshin Maru, baleniera da 8.000 tonnellate, avrebbe lasciato il porto di Shimonoseki alla volta dell’Antartide intorno a mezzogiorno ora locale, e altre sarebbero pronte a seguirla in tempi brevi.Il Giappone, che reputa la caccia alle balene una tradizione radicata, ha abbandonato la caccia a fini commerciali in accordo con la moratoria internazionale del 1986, ma ha iniziato l’anno successivo missioni di caccia giustificate con “ricerche scientifiche”.Greenpeace ha annunciato che la propria flotta sarà nei prossimi giorni ai confini delle acque territoriali giapponesi per intercettare le baleniere e chiedere alla spedizione di fare marcia indietro. Se ciò non bastasse, sarebbe pronta a seguire la flotta nelle acque antartiche per contrastare la caccia. Secondo l’associazione “é chiaro che si tratta di caccia alle balene a fini commerciali mascherata e che il governo giapponese sta per riaprire questa attivita”.
-ANSA del 18/11/2007 16:09

Il 20 Novembre 2007, esattamente due giorni dopo l’ANSA riportata qui sopra, sul sito di Repubblica apprendiamo in modo più preciso le stime riguardanti il numero di baleniere salpate per la grande caccia e gli obiettivi di tale mostruosità. Si parla infatti di un’eliminazione numerica, una soglia da dover raggiungere, ma cosa ancora più grottesca, si percepisce quanto nell’occhio del “Giappone-cacciatore” non si abbia più a che fare con degli esseri viventi ma con dei numeri. E come tali verranno “depennati” dai mortali arpioni e le loro vite “riportate” ad incrementare la soglia di morte.

ROMA - Sono partite all’assalto nel più totale anonimato, spegnendo i segnali radio che permettono di identificare le navi. Tra un mese arriveranno a destinazione, nell’area antartica, per festeggiare il Natale massacrando balene. Sono le otto imbarcazioni che costituiscono la flotta da caccia giapponese: quattro catcher per inseguire e uccidere le prede, una nave fattoria per macellare i più grandi animali del mondo, un paio di ricognitori e una barca appoggio.
…Gli arpioni nipponici si muovono verso Sud con l’obiettivo di uccidere più di mille balene in nome della scienza.
…Questa volta Tokyo ha alzato il tiro: nel mirino degli arpioni entreranno non solo 935 balenottere minori e 50 balenottere comuni ma per la prima volta anche 50 megattere, una specie rara e amatissima dagli appassionati di whalewatching.

Il mio pensiero:
La vita torna ad essere minacciata dai bassi scopi umani, o per meglio dire, da chi ci fa vergognare d’appartenere a tale categoria nel suo ergersi a giudice riguardo ciò che deve essere eliminato ed in quali quantità.
Nel 1982 l’IWC(International Whaling Commission) - Commissione internazionale Baleniera ha emanato una moratoria contro la caccia commerciale delle balene voltando decisamente pagina riguardo le sue origini (1946) in cui incoraggiava attivamente la caccia e lo sviluppo dell’industria baleniera.
Tuttavia Russia, Giappone, Norvegia, Islanda e Corea hanno continuato indisturbati ad uccidere questi meravigliosi esseri. Perché, nonostante la moratoria, è permessa una simile evasione? Perché si permette a tali paesi di beffare l’opinione pubblica e con questa gli altri stati che si impegnano a mantenere il patto?
Nel 1994 i membri della IWC hanno approvato l’istituzione del Southern Ocean Whale Sanctuary, che copre un’area di 50 milioni di chilometri quadrati intorno all’Antartide ed in cui è proibita qualsiasi tipo di caccia commerciale. Tuttavia neppure questa zona è inviolabile, Norvegia e Giappone continuano ad offendere la legge ed il senso morale. La Norvegia infatti si è opposta alla moratoria e così, sotto le regole dalla IWC, è legalmente autorizzata a continuare la caccia alle balene.
Il Giappone ha invece intrapreso una strada ancor più meschina legittimando la caccia alle balene in nome della “ricerca scientifica” vendendo poi la carne sul mercato interno. A quanto pare il disgustoso tentativo di mascherare simili deplorevoli atti dietro motivazioni scientifiche non è esclusiva del paese del sol levante poiché l’Islanda adottò la stessa scappatoia nel 2003.
Il fatto che, malgrado tutte le restrizioni, queste nazioni persistano in un simile comportamento, mina lo spirito e gli intenti della stessa IWC dimostrando che le regole sono oltrepassabili. Ciò mette in risalto che la tutela delle balene è insufficiente e che legge deve essere aggiornata per far fronte alla bramosia dell’uomo;
torniamo dunque alla crisi del diritto di cui parlava Salazar-Ferrer (vedi Bioetica).
Proprio perché il sistema dell’IWC manifesta troppe falle, il WWF chiede che i governi facciano di quest’organo un forum internazionale per la conservazione di tutti i cetacei.
La necessità di una revisione è sempre più emergente, proprio per questo vorrei analizzare nel dettaglio una delle lacune più grosse: Permettere la caccia delle balene al Giappone ed a chiunque ponga come scopo la ricerca scientifica.
Inizierò con il precisare che il Giappone ha in realtà interessi economici e non scientifici, aggiungo l’indagine di Greenpeace in cui apprendiamo che 4000 tonnellate di carne di balena restano invendute nei magazzini, questo perché, secondo i recenti sondaggi, i due terzi dei giapponesi dichiara di mangiare molto raramente questo prodotto. Vorrei inoltre ricordare, per chi fosse preso da interessi grettamente materialistici, che la caccia alle balene frutta molto meno del whale-watching (l’osservazione dei cetacei nel loro ambiente naturale) ed il turismo in Islanda è fortemente motivato da quest’attività.
Tirando le somme, anche coloro che innalzano l’economia al di sopra del vivente, dovrebbero riconoscere maggiore utilità nel tenere le balene in vita piuttosto che sterminarle.
Dopo queste ultime precisazioni, chiunque converrà che la situazione è già di per sé paradossale e proprio da questa proseguirò con l’illustrare l’orrifico uso della ricerca come boia per la vita.
Occorre fissare dei cardini nel pensiero che andrò ad esporre:
La ricerca è l’attività avente per fine lo studio ed il ritrovamento di nuove acquisizioni all’interno di un preciso campo, e soprattutto la ricerca scientifica, ha il suo campo d’indagine nella vita (in ogni sua manifestazione trascorsa e corrente).
Poiché la scienza non giunge mai ad un sapere completo ed universale, necessiterà sempre della vita in cui poter tornare sui propri passi, rettificare le convinzioni acquisite e scoprire nuovi sentieri da percorrere.
Si dovrebbe perciò acquisire tale concetto: vita e scienza non sono separabili, o meglio, la scienza ha il dovere di riconoscere i suoi obblighi verso la vita.
Dunque la ricerca non può cercare una progressione o un operato che vadano contro la vita stessa, poiché andrebbe ad inficiare le premesse ideologiche sulle quali si fonda.
Potrebbe nondimeno avvenire che la ricerca, in quanto sintesi dei momenti galileiani e strumento fondamentale della scienza, riesca a persuadere quest’ultima a prevaricare la vita al fine di ottenere la conoscenza (un ulteriore caduta di stile dei concetti baconiani). Stando alle ultime attività del Giappone, in cui pare che la ricerca richieda proprio dei sacrifici, le parole di Nietzsche attraversano la mia mente: “Ma la vita deve dominare sulla conoscenza, sulla scienza, oppure la conoscenza deve dominare sulla vita? Quale delle due forze è la più alta e la decisiva? Nessuno può dubitarne: la vita è il potere più alto, dominante, poiché una conoscenza che distruggesse la vita distruggerebbe nel contempo se stessa. La conoscenza presuppone la vita.”¹
Nonostante io abbia dimostrato che la ricerca scientifica NON può assolutamente prevaricare la vita, qualcuno potrebbe sostenere che la libertà della ricerca sia data dai vari oggetti con cui questa si rapporta e che dunque, nel caso specifico delle balene, essa possa usufruirne come vuole. Che tutto ciò sia errato lo dimostrerà un’attenta analisi del rapporto che intercorre fra la ricerca ed il suo “oggetto”, o meglio, fra la ricerca ed il campo con cui si confronta.
Si presuppone che la ricerca venga applicata nei confronti di cose che ne suscitino l’interesse e che quindi non sia nelle intenzioni primarie di tale attività minacciarle.
Definisco dunque la ricerca, un rapporto complementare fra due enti, non fra un soggetto attivo ed un semplice oggetto passivo; pensate quanto questo concetto assuma un valore più grande nel momento in cui lo si applica alla vita, alla natura.
L’ente uomo e l’ente natura comunicano, nello specifico esempio delle balene, l’uomo ne studia i comportamenti ed i benefici che in quanto esseri danno all’intero ecosistema marino, a sua volta questo studio attiva una sorta di “ricomprensione” per la quale l’uomo capisce la necessità che ha, e che il mondo stesso ha, riguardo questi esseri.
Nella consapevolezza che gli esseri viventi non devono essere messi a rischio da nessuno scopo scientifico, neppure il più alto, comprendiamo che l’azione del Giappone, e di chiunque mascheri con la ricerca i suoi interessi commerciali, è un insulto ed un bastone fra le ruote alla vera ricerca.
Le balene sono mammiferi molto delicati e nonostante la loro longevità (possono arrivare anche a 200 anni) hanno una bassa attività riproduttiva, dunque i cambiamenti climatici, l’inquinamento (dell’ambiente marino ed acustico), la cattura incidentale fra le reti, ne sta determinando l’elevato rischio d’estinzione.
Se oltre ai gravi disturbi causati dal modo di vivere dell’uomo, vi uniamo una spregevole selezione artificiale, saremo doppiamente colpevoli.
Dobbiamo condannare questi paesi che agiscono in modo disumano e combatterli con ogni forza.
Il portavoce di Greenpeace, Steve Shallhorn, ha sottolineato oggi che i biologi marini d’Australia e altri paesi del Pacifico hanno più volte sostenuto che le informazioni scientifiche sulle balene possono ottenersi senza uccidere gli animali. La stessa organizzazione ambientalista è partita per poter frenare la carneficina a bordo della nave Esperanza. Ammiro queste persone anche se so che si troveranno di fronte 4 baleniere.
Le mosse del Giappone hanno suscitato anche le ire di altri paesi come la Nuova Zelanda e l’Australia, per quest’ultima ha parlato a Canberra il ministro per gli Affari esteri, Robert McClelland che ha invocato l’uso della marina militare come deterrente contro le baleniere giapponesi. Ammiro questi stati sebbene sappia che la flotta giapponese sarà lì ed il deterrente di cui si è parlato no, non ci sarà.
Ognuno di noi è chiamato a comprendere la mostruosità di ciò che sta accadendo e guardare con occhi diversi questi assassini, che siano europei e non.
A conclusione di tutto vorrei ricordare che le balene sono esseri estremamente sensibili, i loro branchi sono costituititi da relazioni familiari, e poiché ognuna di queste creature comunica con le altre mediante richiami e canti, la scomparsa di una sola può causare gravi squilibri per l’intero branco.
Le balene cantano, ci credereste mai? Eppure la profondità dell’oceano percepisce i loro suoni e resta in armonia anche grazie a questi. Togliere il canto delle balene al mare sarebbe come privare noi uomini dei dolci sussurri del vento fra le foglie, del calore del sole sulla pelle…
Anche se paradossalmente, i più percepiranno quest’effetto di necessaria melodia del vivere solo se indotti a pensare al rumore del caos cittadino.

¹F. Nietzsche, Unzeitgemässe Betrachtungen, Zweites Stück: Vom Nutzen und Nachteil der Historie für das Leben, 1874 (trad it. Sull’utilità e il danno della storia per la vita, a cura di Sossio Giametta, Adelphi, Milano, 1973) p. 96

Disastro ambientale nel Mar Nero

Archiviato in: Notizie dal mondo — Valerio Russo 15 Novembre 2007 @ 22:19
E’ strage di animali nel Mar Nero: sarebbero almeno 30.000 gli uccelli morti e 12 i chilometri di costa russa invasi dal petrolio. Lo riferisce il Wwf citando un primo bilancio delle autorità russe relativo al disastro del Mar Nero. “Ci vorranno però ancora uno o due giorni per quantificare la reale gravità del disastro, ma il bilancio - afferma il Wwf - è già grave”. “Il disastro ambientale provocato dal naufragio delle 5 navi, cariche di zolfo, petrolio e materiali ferrosi, rischia di diventare ancora più grave perché l’Ucraina - riferisce il Wwf - non sembra avere gli strumenti adeguati per affrontare e tamponare incidenti di questa portata. Il recupero del petrolio fuoriuscito è iniziato, ma la situazione meteorologica, con forte vento e tempeste persistenti, rende difficile ogni intervento”. La morfologia delle coste, caratterizzate da spiagge basse e sabbiose, rischia di peggiorare la situazione favorendo la penetrazione del petrolio verso l’entroterra. Minori preoccupazioni desta invece la situazione dello zolfo, racchiuso in container che dovrebbero garantire una certa tenuta. “Questo devastante incidente rischia di aggravare un’ emergenza ambientale già conclamata nel Mar Nero, uno dei mari più inquinati e a rischio - dichiara Michele Candotti, segretario generale del Wwf Italia - si tratta di un incidente che invita ancora una volta ad aprire gli occhi sui rischi del commercio del petrolio, di cui il mare, nonostante decenni di gravissimi disastri ambientali, rimane come sempre la vittima sacrificale”.
-ANSA del 12-11-2007 18:13-

Il mio pensiero:
Per quanto i notiziari parlino di incidente, di una tempesta che ha infuso nel mare la forza distruttrice, di navi che non hanno resistito alle raffiche di vento, concordo sul fatto che, all’interno di quest’ennesima tragedia ambientale, sia il mare la vera “vittima sacrificale”.
Occorre ragionare sul fatto che il sacrificio è un atto volontario ed in quanto tale connesso con la scelta.
La scelta è ciò di più complesso con cui l’uomo ha a che fare ed è costituita di finalità e mezzi; queste due componenti “diventano oggetto di meditazione in cui si riflette se i mezzi sono adeguati agli scopi e se gli scopi sono veri, ossia reali e tali da poter essere conseguiti con questi mezzi.”¹
Quello cui abbiamo assistito è la prova che non c’è stato un giusto bilancio riguardo ai mezzi ed alla finalità e due argomenti ben precisi ce lo dimostrano:

1) la tempesta dell’11 novembre era stata ampiamente prevista dai servizi meteorologici;

2) benché altre fonti abbiano accennato alla predisposizione fluviale e non marina delle petroliere, su Greenpeace leggiamo per inciso: “Le due imbarcazioni vengono di solito utilizzate per trasportare il petrolio dalla Crimea (Ucraina) alla Russia lungo il Volga. Non sono navi adatte ad affrontare un mare in tempesta.”

Alla base del secondo punto c’è un’ulteriore considerazione da fare, ossia che gli eventi meteorologici estremi sono una conseguenza del cambiamento climatico provocato dalla persistenza dell’uomo nelle energie non rinnovabili (i carburanti fossili).
L’allarme generato dal clima ormai fuori controllo dovrebbe portarci a considerare la prudenza e l’investimento in nuove energie che garantiscano vita al pianeta; al contrario, assistiamo ancora ai passi affrettati e sconsiderati dell’uomo verso la ricchezza utopica.
Sotto questa luce bruciante, siamo ancora convinti di voler leggere il disastroso avvenimento come quattro navi cadute in balia della tempesta? Oppure vogliamo volgere lo sguardo alla realtà e vedere?
Allora capiremo che ancora una volta l’uomo ha scelto di mettere da parte un’attenta valutazione dei mezzi, dei rischi e delle conseguenze per correre dietro all’economia e ai prezzi in ascesa del petrolio. Il mercato ha vinto sulla responsabilità, nel contempo la vita perde e viene esiliata.
Non possiamo, ancora una volta, chiudere gli occhi di fronte ad una simile catastrofe, una quantità insormontabile di uccelli e pesci lo ha già fatto e continua a farlo per noi, per causa nostra… Per sempre.

–Le immagini 1 e 2 partendo dall’alto sono liberamente tratte da <www.repubblica.it>
Nel caso dovessero essere protette da copyright, saranno rimosse alla prima eventuale segnalazione–

¹ K. Jaspers, Philosophie. 2 - Existenzerhellung, 1956 (trad it. Filosofia. 2 - Chiarificazione dell’esistenza, a cura di Umberto Galimberti, Mursia, Torino, 1978) Sezione 2, Cap. 5, p. 143

CAMBIAMENTI CLIMATICI (con ed oltre Kofi Annan)

Archiviato in: Meditazioni — Valerio Russo 14 Novembre 2007 @ 14:53

Credo non sia del tutto azzardato ritenere i cambiamenti climatici un fallimento del moderno “uomo tecnologico” e che dunque, riperquotendosi in maniera più o meno diretta sulla nostra esistenza, ci riguardino molto più di quanto sia opinione comune.
Una simile presa di coscienza è stata espressa al vertice sul clima svoltosi a Nairobi (2006), dall’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Proprio per questo accompagnerò alla mia trattazione, un agile compendio delle teorie da quest’ultimo recentemente espresse.

Ma cosa rappresentano e cosa sono in realtà questi cambiamenti climatici?
Nella nostra epoca si fa un gran parlare da un lato di quanto il clima sia molto più instabile, di siccità improvvise e prolungate, di scioglimenti dei ghiacciai, e dall’altro, in modo meno incisivo, delle emissioni di anidride carbonica nelle città industrializzate ed uno scarso sfruttamento dell’energia pulita in favore di un’economia esplosiva.
Credo fermamente che sia proprio questa trattazione frammentata delle notizie da parte dell’informazione, l’erigere un muro di silenzio rispetto a ciò che avviene nel mondo e la nostra responsabilità, che impediscono una presa di coscienza. Senza un’informazione che metta in luce l’incisiva connessione causale tra i cambiamenti climatici ed il nostro operare, i primi divengono quasi degli eventi che non appartengono e riguardano nessuno. Avviene così che il buco dell’ozono viene percepito come un avvenimento lontano da noi, un qualcosa in cui l’uomo non ha parte e vi si è venuto a trovare per un imprevisto corso degli eventi.
E` buffo che nella nostra epoca, così avanzata, siamo ancora in balia di un’ignoranza pre-scientifica (quasi che il suddetto buco dell’ozono sia l’anatema di una divinità avversa o di una natura matrigna). In questa situazione in cui realtà e lontane previsioni di sventura (per nulla così lontane) si mescolano, trovano terra fertile gli scettici che vogliono negare l’importanza dei cambiamenti climatici confinando la possibilità di disastri ambientali nella regione delle ‘dicerie’. Contro queste persone proclivi al dubbio ed avverse ad ogni tipo di allarmismo, proprio Kofi Annan ha manifestato l’importanza di comprendere che l’innalzamento della temperatura rischia di condurci verso una perversa spirale del non ritorno.
E se la nostra razionalità, annebbiata da un delirio d’onnipotenza scaturito nell’epoca della regia tecnologia, ancora fatica a svegliarsi dal punto di vista etico, Kofi Annan porta in campo un argomento molto spesso dimenticato o semplicemente messo da parte, ossia che le crisi ambientali non danneggeranno solo la natura ma avranno ripercussioni considerevoli in tutti i settori della vita umana. Infatti l’imperversare dell’uomo sulla totalità dell’organismo natura, paradossalmente gli permette di trarre immediata ‘linfa vitale’ per l’economia ed altri settori di sviluppo, ma al tempo stesso compromette il percorso del mondo intero.
Il ragionamento sopra esposto è molto importante per “dare una scossa” alle coscienze sopite e a chi percepisce due mondi: quello della natura da un lato e quello umano dall’altro; a tal proposito è ben accolta una virata su Bruno Latour, pensatore contemporaneo che coniuga interessi scientifici, filosofici e sociologici. Egli combatte la visione secondo la quale la realtà sia dominabile mediante la distinzione fondamentale natura-società e propone di ripensare le opposizioni natura /cultura, soggetto/oggetto con cui la filosofia moderna ha celebrato Immanuel Kant (analitica/ dialettica, ragion pura/ragion pratica, ragione/sentimento,ecc.).

Latour interpreta dunque le crisi ecologiche in chiave politica: l’AIDS, il virus dei polli, l’inquinamento delle acque, sono degli “ibridi”, non più solo oggetti naturali, bensì coinvolgono direttamente il mondo umano. In questo modo le catastrofi ambientali non sarebbero più dei fatti isolati ma vere e proprie catastrofi della democrazia.
Ma perchè mai gli ibridi dovrebbero avere tutta questa importanza?
Grazie agli ibridi ci rendiamo conto, come Latour stesso dice, che “una causa infinitesimale comincia a produrre grandi effetti; un attore insignificante diventa centrale…un prodotto-miracolo ha improvvisamente conseguenze spaventevoli”¹. Ciò richiama alla mia mente le parole di Jonas riguardo alla “tendenza delle creazioni della tecnica ad acquisire forza propria e rendersi per così dire indipendenti rispetto al loro creatore”². Con queste nuove creazioni, vere creature che superano l’inanimato, all’uomo non basterà fare come il vecchio stregone che per liberarsi degli spiriti evocati grida “nell’angolo, scope! scope! Avete fatto la vostra parte”³.
Sono dunque proprio questi ibridi, queste nuove cose a metà tra natura e cultura, che estendono i loro tentacoli nel mondo umano, a rendere necessario il superamento del divario tra scienza (comprendente il mondo naturale) e politica (comprendente il mondo sociale).
Permanere nella scissione natura/società, come quella soggetto/oggetto non è più possibile.
Il pensiero di Latour va a colpire chi percepisce due mondi: natura ed umanità; occorre annullare questa polarizzazione connettendo i campi del sapere che usualmente teniamo separati, perchè la natura non è estranea all’umano.
Se, comunque, non dovesse risvegliarsi in noi un’ amore per l’appartenenza originaria e dunque il rispetto, perchè ormai siamo troppo assorbiti nel secondo mondo, votato allo sviluppo economico sfrenato ed a qualsiasi costo, un ritorno alle parole di Kofi Annan ci farà riflettere:
“Tuttavia i cambiamenti climatici sono troppo spesso considerati come un semplice problema ecologico, mentre dovrebbero piuttosto essere ritenuti attinenti ai settori più ampi dell’economia e dello sviluppo. Finché non si riconoscerà la dimensione globale della minaccia che grava su di noi, le nostre iniziative sono destinate a rimanere inutili.”

Da parte mia ritengo i cambiamenti climatici una delle unità di misura sul metro che indica la nostra distanza dall’abisso dell’autodistruzione, e lo scetticismo verso questi eventi, una sonda nelle profondità delle nostra saggezza decaduta.

–L’intervento di Kofi Annan è stato tratto da <http://www.lastampa.it>, 9/11/2006–

¹G. Patella, Estetica culturale, oltre il multiculturalismo, Meltemi, 2005, Roma, p. 125

²H. Jonas, Technik, Medizin und Ethik. Zur Praxis des Prinzips Verantwortung, 1985, Insel Verlag, Frankfurt am Main (trad. it.Tecnica, Medicina ed Etica. Prassi del principio responsabilità, Einaudi, 1997, Torino) p. 155

³Ibid. p.156

Prolegomeni ad un’ Etica Naturale

Archiviato in: PREMESSE — Valerio Russo 21 Ottobre 2007 @ 14:30

Premetto che la maggior parte dell’ispirazione di fondo mi proviene dalla lettura della bioetica, nella quale ho trovato espresse molte delle problematiche attuali. Il mio interesse è stato alimentato soprattutto da Hans Jonas, autore in cui si trovano sia la bioetica clinica che quella ambientale, il suo ampio spettro d’analisi spazia dunque dalla trattazione degli effetti negativi della genetica sull’uomo, alle minacce dei disastri ambientali e molto altro.

Bioetica, bioetica ambientale, termini già affermati e campi fertili per la ricerca, ma allora perché ho scelto il nome etica naturale? So che non è educato porre una domanda senza dare una precisa risposta ma anziché iniziare con l’illustrare il “perché” di una simile iniziativa, ritengo più opportuno rispondere alle domande ispirate dal “cosa” o dal “come”.

Cosa intendo dunque con l’espressione che dà il nome a questo sito?

Il primo passo fondamentale è la distinzione fra l’etica naturale intesa come legge naturale-divina e l’uso che ne faccio io. La prima essendo il prodotto di un’entità superiore, precede l’etica razionale e riconosce l’uomo come persona, in quanto immagine di Dio.

“L’etica naturale come la intendo io” è una formula che si fonda più sulla ragione; esprime una delineazione dei confini nel campo d’indagine, un’occorrenza ed al tempo stesso una prescrizione. Unisce due termini che oggi, con il progredire delle tecnologie e l’annebbiarsi della saggezza umana, dovrebbero essere necessariamente accostati e ci offre due letture diverse:

1)Sappiamo che l’etica indaga su una moltitudine di campi concernenti il comportamento pratico dell’uomo di fronte ai due concetti di bene e male. Se andiamo ad accostarvi la parola “naturale”, ci accorgiamo di come la nostra ricerca si applichi alla natura ed alle attitudini umane verso quest’ultima. Riguardo questo punto, in seguito ci verrà in soccorso il “come”.

2)Nella seconda, ma non alternativa via interpretativa ,“etica naturale” dovrebbe guidarci verso il seguente pensiero: Si presuppone essere secondo natura la predisposizione ad applicare l’etica alla natura.

L’unione di queste due accezioni interpretative permette di comprendere le mie intenzioni: un’etica pro naturae.
La medesima unione delinea già di per sé ampi sentieri da percorrere e sui quali ragionare, ma poiché è nel mio intento uscire da qualsiasi ingabbiamento tautologico, procederò ad affiancare ai concetti sopra esposti la domanda: “Come intendo fecondare il terreno dell’etica naturale?”.

Ebbene, come sopra ho accennato, in questo sito mi propongo di trattare tematiche riguardanti l’operato dell’uomo nel mondo naturale e gli effetti del suo agire sconsiderato, notizie che vengono semplicemente accennate o del tutto tralasciate dai nostri media. E` necessario che si aprano gli occhi sull’atteggiamento umano votato al progresso e ad un’ignoranza voluta e indotta, ed è opportuno che alla presa di coscienza si accosti uno scambio di idee. E` invece diffusa la convinzione che le parole ed il dialogo fra le persone non possano influire sul corso degli eventi: Niente di più falso! Occorre interessarsi, analizzare la situazione (rubando quasi le parole allo stesso Cartesio) e confrontarsi; lo stesso Freud dimostra come le parole, mediante un’influenza diretta, contribuiscano a formarci: “Con le parole un uomo può rendere felice l’altro o spingerlo alla disperazione, con le parole l’insegnate trasmette il suo sapere agli allievi, con le parole l’oratore trascina con sé l’uditorio e ne determina i giudizi e le decisioni. Le parole suscitano affetti e sono il mezzo comune con il quale gli uomini si influenzano tra loro”.

Un ringraziamento speciale a G.

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