GÜNTHER ANDERS

Günther Stern (Breslavia 1902 – Vienna 1992), figlio del noto psicologo e filosofo William Stern, fu allievo di Martin Heidegger e Edmund Husserl, con quest’ultimo si laureò in filosofia nel 1924.
Con il costante dilagare delle idee naziste in Germania, il giovane Stern fu costretto ad assumere uno pseudonimo: Anders (diverso), ciò sotto consiglio del suo editore che, a causa del suo cognome tipicamente ebreo, era costretto a pubblicare una ristretta parte dei suoi scritti.
La riflessione antropologica di Günther Anders inizia negli anni venti e matura in seguito agli eventi storici che hanno interessato l’intero arco di vita dell’autore. Le due guerre mondiali, i campi di concentramento nazisti e la bomba atomica, sganciata prima su Hiroshima e poi su Nagasaki, sono effettivamente definiti come dei punti di non-ritorno all’interno del percorso dell’umanità e, appunto per questo, dei momenti da cui è necessario prendere le mosse per una riflessione concreta.[1]
A queste esperienze di formazione se ne aggiungerà una che coinvolge direttamente l’autore: l’esilio dalla Germania nel 1933 lo condusse nel 1936 negli Stati Uniti; proprio qui Anders venne a contatto con il dominio tecnologico instaurato dall’ industria di massa.[2]
Le direttive della riflessione andersiana prendono le mosse dall’idea che l’industria di massa abbia mutato profondamente e progressivamente l’animo dell’uomo moderno, i cui ritmi esistenziali sono ora scanditi da una produzione che richiede ogni cosa per sé.
Come si può leggere all’interno del testo Opinioni di un eretico, persino la morte viene prodotta, e proprio i campi di concentramento sono testimonianza che, nell’epoca dell’industria di massa, l’uomo ha avviato anche la produzione di cadaveri, mentre gli eventi atomici di Hiroshima e Nagasaki comprovano l’avvento di un uomo la cui produzione consiste nell’autodistruzione.
A partire da simili eventi, Anders matura la necessità di un nuovo tipo di filosofia:
“Il mio filosofare è stato di tipo diverso. Nei settantacinque anni della mia vita, il mondo e la posizione dell’uomo nel mondo sono cambiati così radicalmente che io sono stato costretto a partire dalla verità stessa. […] Quando le testate nucleari si accumulano, non ci si può fermare a spiegare l’Etica Nicomachea.”[3]
Si fa dunque forte il bisogno di una filosofia dell’occasione, un ibrido fra filosofia e giornalismo, un filosofare che prenda le mosse dalla situazione odierna, dal mondo moderno. Lo stesso Anders afferma che non ci si può sedere e fare dell’ontologia: il problema dell’«essere» viene messo in secondo piano dal fatto che l’uomo non può sapere se domani esisterà ancora. Prospettiva che grava sempre più sull’umanità assorbita dal mondo tecnologico e sulle cui teste pende la bomba atomica in tutta la sua potenza assoluta. Anche l’etica viene a trovarsi di fronte a dei limiti insormontabili, proprio per questo occorre prendere coscienza dei mutamenti che stanno coinvolgendo l’uomo ed il mondo in cui vive.
Le tesi andersiane, inspiegabilmente poco conosciute, si propongono di descrivere un’esistenza umana interamente assorbita dall’apparato tecnico. Questo soprattutto perché la produzione, affermatasi mediante le tre rivoluzioni industriali, caratterizzata da un continuo fluire produttivo e da una perfettibilità calcolata sin nei minimi dettagli, pone l’uomo di fronte alla propria obsolescenza.
Nei due libri che compongono L’uomo è antiquato, il primo scritto nel 1956, avente come sottotitolo Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale ed il secondo, scritto nel 1980, il cui sottotitolo è Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale, Anders delinea i suoi concetti fondamentali di vergogna prometeica e dislivello prometeico. Mediante questi strumenti l’autore rappresenta il ritratto di un uomo che tenta disperatamente di eguagliare il potenziale delle macchine, una volta sue creazioni, ora nuove protagoniste della storia.
Per definire meglio la situazione tecnocratica la disamina andersiana tocca soprattutto due casi: Quello degli apparecchi radiotelefonici che scandiscono le giornate degli uomini proponendo loro un fantasma della realtà ed il caso esemplare della bomba atomica che, per eccellenza, ne scandisce le vite.
E di fatto l’uomo intraprende il percorso verso gli apparecchi cercando di adattarvi i suoi bisogni, la sua coscienza morale ed il suo corpo (a tal proposito, Anders rivolge la sua analisi allo Human Engineering con il quale l’uomo altera il proprio corpo combattendo i suoi limiti).
Al di là dei suoi testi più conosciuti, vastissima è la produzione filosofica e letteraria di Günther Anders che lo vede impegnato nella lotta contro la violenza del potere, nella denuncia dei crimini in Vietnam (caso esemplare fu la strage di Mylai), contro il riarmo atomico (è stato membro del movimento anti-atomico), ed ancora, contro la cecità dell’uomo di fronte all’apocalisse.
Tra le sue opere è possibile ricordare:Noi figli di Eichmann, Giuntina, Firenze (1995) che raccoglie due lettere che Günther Anders scrisse al figlio di Adolf Eichmann dopo la condanna a morte di quest’ultimo nel 1963; La coscienza al bando. Il carteggio del pilota di Hiroshima Claude Eatherly e di Günther Anders, Einaudi, Torino 1962; Opinioni di un eretico, Theoria, Roma-Napoli (1991); Essere o non essere, Einaudi, Torino (1961); Patologia della libertà, Palomar, Bari (1993); Amare, ieri. Appunti sulla storia della sensibilità, Bollati Boringhieri, Torino (2004).
[1] Si veda a tal proposito G. Anders, Opinioni di un eretico, trad. it. R. Callori, presentazione di S. Velotti, Theoria, Roma-Napoli, 1991, pp. 71-74. Il testo propone un’intervista all’interno della quale Anders illustra le situazioni politico-culturali che ne hanno caratterizzato la vita.
[2] Su Opinioni di un eretico Anders descrive l’importanza che ha avuto per il suo pensiero il periodo di fabbrica a Los Angeles : “[…] un’esperienza che veramente non vorrei aver persa: oh, come i lavori sbagliati alle volte possono essere i più giusti perché ci danno delle esperienze che, in una professione fatta su misura, non si potrebbero mai fare. Senza il periodo in fabbrica, in effetti, io non sarei mai stato in grado di scrivere la mia critica all’era della tecnica, ossia il mio libro Die Antiquiertheit des Menschen [L’uomo è antiquato]. E ancora oggi, mentre preparo la seconda parte di quel libro, continuo a nutrirmi di quelle esperienze“ (G. Anders, Opinioni di un eretico, cit. p. 64).
[3] Ivi, p. 82.
