Etica Naturale

Conferenza sul clima a Bali (03-14/12/2007)

Archiviato in: Notizie dal mondo — Valerio Russo 22 Gennaio 2008 @ 15:51

Dal 3 al 14 dicembre del 2007 si è svolta a Bali (Indonesia) la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici: un appuntamento cruciale per capire la reale intenzione della comunità internazionale di affrontare la minaccia del cambio di clima. Infatti, nonostante la ratifica del protocollo di Kyoto e la sua entrata in vigore, le emissioni di gas a effetto serra, responsabili del mutamento, non accennano a diminuire.

Il protocollo aveva stabilito che le emissioni dei gas serra dovevano essere ridotte del 5% entro il 2012 rispetto ai livelli del 1990. Nonostante l’obiettivo di riduzione, nel 2005 le economie ricche, ad esclusione dei paesi dell’ex blocco sovietico, hanno fatto registrare un aumento dell’11% dei gas climalteranti rispetto ai livelli del 1990.
E per quanto riguarda il nostro paese? Il primo elemento che salta agli occhi riguardo l’Italia è il clamoroso ritardo nell’elaborazione di una strategia complessiva: il nostro paese, invece di ridurre, ha aumentato il proprio contributo al cambiamento climatico.
Se si persevera in questa marcia mondiale verso l’irrazionale progresso, le conseguenze potrebbero essere gravi, entro i prossimi cinquanta anni il mare Artico potrebbe essere completamente libero dai ghiacci durante i mesi estivi, con il rischio di scomparsa delle isole.
Nella migliore delle ipotesi prevista dagli scienziati dell’Onu, con un aumento della temperatura globale, si assisterebbe all’aumento della frequenza di fenomeni meteorologici estremi come uragani e cicloni, con conseguente aumento di inondazioni in varie zone del pianeta, tra cui anche l’Europa mediterranea; aumenterebbe inoltre lo stress idrico e la desertificazione (rischio per i paesi dell’Africa).
Siamo di fronte al fatto che il protocollo di Kyoto è ormai limitato rispetto alle grandi alterazioni con cui l’uomo sta distruggendo il proprio pianeta, occorre dunque un nuovo accordo sul clima che dovrà entrare in vigore alla scadenza del protocollo nel 2012, e ciò deve avvenire nel minor tempo possibile in modo che il nuovo negoziato entri in vigore entro il 2012 evitando così un vuoto normativo dopo la prima fase. Come accaduto per il protocollo di Kyoto infatti, anche il nuovo accordo sarà probabilmente da sottoporre alla ratifica da parte dei singoli stati firmatari e sempre come nel primo caso ciò potrebbe richiedere diversi anni.
Bali rappresenta dunque una tappa importante per iniziare a produrre risultati concreti.
Il nuovo accordo deve essere raggiunto entro e non oltre il 2009 per far fronte alle eventuali ratifiche dei singoli stati firmatari.

Diviene sempre più importante capire che l’adattamento (la capacità di prevenire gli impatti dei cambiamenti climatici con una serie di contromisure) non è una semplice opzione ma una necessità.
Purtroppo attualmente proprio questa esigenza non riceve l’attenzione che merita, molti dei maggiori responsabili dell’inquinamento atmosferico, come gli Stati Uniti o l’Australia, non danno alcun contributo ai finanziamenti dei progetti di adattamento e questo è in parte dovuto al fatto che i finanziamenti sono ancora oggi “volontari”.
Le variazioni da apportare sono dunque:
- Maggiori finanziamenti, soprattutto da coloro che contribuiscono massivamente all’incremento dell’effetto serra.
- Fermare la deforestazione delle foreste pluviali che contribuisce al rilascio di CO2 nell’ambiente e alla successiva riduzione della produzione d’ossigeno da parte della flora.

- Estendere il sistema Kyoto integrando i paesi di recente industrializzazione come Corea del Sud, Singapore e Arabia Saudita.
Il nodo cardine è quello di fissare un obiettivo di riduzione delle emissioni globali del 50% entro il 2050 perché gli impatti dei cambiamenti climatici comportano costi umani e finanziari molto minori se si interviene preventivamente.

L’epilogo della Conferenza è stato minacciato da un inaspettato asse Stati Uniti – Russia che si sono opposti ai tagli dei gas serra per i paesi industrializzati e alla divisione delle responsabilità tra paesi ricchi e quelli in via di sviluppo.
A questo proposito è intervenuto personalmente Al Gore invitando i governi ad andare avanti con l’accordo anche senza gli Stati Uniti.
Al termine di oltre tredici giorni di trattative serrate, i delegati dei 190 paesi sono giunti all’intesa e gli Stati Uniti si sono uniti all’accordo solo all’ultimo minuto: La negoziazione su un nuovo accordo riguardo i mutamenti climatici che sostituisca in maniera più ambiziosa il Protocollo di Kyoto è prevista a Copenaghen nel 2009 ed il nuovo trattato avrà effetto a partire dalla fine del 2012.

Il mio pensiero:
Abbiamo nuovamente la conferma che l’innalzamento della comunità universale verso lo scopo etico e la promozione di interventi concreti, può e deve escludere qualsiasi elemento che cerchi di opporvisi promuovendo la propria singolarità (vedi le posizioni espresse in “L’Australia interviene contro la caccia alle balene”).
Per quanto potente ed importante uno stato possa essere, il suo muoversi come singolarità, il sostenere l’attuale interesse personale contro il mondo futuro, ne rende legittima l’esclusione dalla comunità che si fa coscienza etica e che in virtù di tale identità si percepisce come concreta e forte.

4 Commenti »

  1. “Il nodo cardine è quello di fissare un obiettivo di riduzione delle emissioni globali del 50% entro il 2050″
    Se questa storia finisce come il protocollo di Kyoto, entro il 2050 ci ritroveremo un maggioramento del 100% in emissioni! Finché gli accordi non diverranno qualcosa di più di semplici linee guida e non si istituirà una commissione internazionale (con USA e Russia) che supervisioni il loro rispetto da parte di tutti i paesi, dubito che potremo mai osservare i risultati attesi.

    Vorrei sottolineare infine una scelta terminologica un po’ ambigua: “marcia mondiale verso l’irrazionale progresso”. Benché sia visivamente d’impatto e romanticamente avvincente, mi pare una frase facilmente fraintendibile e aperta a innumerevoli interpretazioni. Bisognerebbe chiarificare di QUALE progresso stiamo parlando (Scientifico? Economico? Produttivo? Sociale? Civile? Evolutivo? ecc…). C’è poi, a mio modo di vedere, una fortissima razionalità dietro i cambiamenti che stanno avvenendo: sempre più persone cercano (e trovano) i mezzi per ottenere ciò che vogliono facendo (solo) il proprio interesse. Più che irrazionalità qui c’è ipocrisia, egoismo, e anche avidità, ma tutte le scelte hanno un fine, non sono semplice frutto della follia. E sì, probabilmente porteranno a danni così gravi che nessun guadagno immediato potrà giustificarli o appianarli, ma è anche vero che i molti che si stanno arricchendo ora potranno sentire solo pochi degli effetti delle loro scelte in un prossimo futuro: “ho tutto da guadagnare, e personalmente nulla da perdere. Perché dovrei fare diversamente?”. Se vuoi è uno dei motti più popolari della politica, specialmente in un paese come il nostro dove un governo dura al più (se gli dice bene, non come in questo caso…) una legislatura.

    Commento di Alessandro — 22 Gennaio 2008 @ 17:16

  2. Non posso che darle ragione, infatti, alla fine dell’articolo potrà leggere una cosa che ho aggiunto da poco e che precisa quanto, dal mio punto di vista, la conferenza sia importante soprattutto sotto l’aspetto della comunità che esercita la sua forza in quanto tale.
    Ovviamente si potrebbe presumere che Stati Uniti e Russia si siano unite all’accordo proprio perché sanno di poter aggirare il sistema pur facendone parte, tuttavia, io credo che il primo passo verso l’istituzione di una commissione internazionale sia l’affermazione di una forte identità etica all’interno della comunità e la sua progressiva concretizzazione.
    Se pensiamo che tempo fa era inimmaginabile l’ intervento di un paese contro la caccia giapponese alle balene, ci rendiamo conto che qualcosa nell’aria sta cambiando.
    Riguardo la scelta terminologica, tolgo ogni ambiguità precisando che per progresso intendo tutto ciò che si fa portatore di un miglioramento nella tecnologia, nelle scienze, nell’economia e dunque nel sociale, ma che inaspettatamente porterà ad un collasso dell’intero sistema (di questo parlerò nel dettaglio in un articolo che intendo pubblicare più in là).
    Basterà precisare che oggi la “favola” del progresso tocca quasi tutti i lati da lei menzionati investendo soprattutto il settore tecnico-scientifico al quale si dà l’apparente scopo di migliorare il sociale, ma che in realtà è totalmente asservito all’economia.
    Il rapporto fra progresso ed evoluzione merita una precisazione a parte… Spesso questi termini vengono accostati con gran facilità, tuttavia lo stesso Charles Darwin non li ha mai usati come sinonimi ed io voglio conservare lo stampo metodologico del padre della teoria dell’evoluzione mantenendo la differenza netta fra evoluzione e progresso. Il progresso non comporta necessariamente evoluzione, anzi, proprio il suo eccesso ci mostra un impoverimento intellettivo (oggi lo notiamo sempre di più).
    Cosa fare riguardo coloro che, convinti di non subire gli effetti futuri del loro comportamento irresponsabile, continuano ad arricchirsi facendosi portatori del verbo: “ho tutto da guadagnare, e personalmente nulla da perdere”?
    Questi individui sono i primi ad errare, poiché una coscienza collettiva della responsabilità non riguarda solo le generazioni future ma anch’essi, e di seguito spiegherò il perchè.
    Considerando che è nella natura di coloro che vogliono arricchirsi non saziarsi mai, è presumibile che sia nel loro stesso interesse conservare il terreno che continuano a sfruttare. Se a ciò aggiungiamo che siamo in un’epoca di tecnologie avanzate, in cui gli effetti di ogni errore possono avere risultati imprevedibilmente dannosi in tempi molto brevi, i suddetti parassiti capiranno che le conseguenze del loro agire sconsiderato non sono più collocabili in un lontano futuro, ma potrebbero colpirli domani stesso.
    Occorre precisare che questi effetti immediati non includono esclusivamente un mondo devastato da fenomeni climatici estremi e l’esaurimento di ogni fonte sfruttabile per il guadagno, dobbiamo infatti volgere lo sguardo a tutto ciò che potrebbe derivare da un mondo che precipita nell’abisso (rivoluzioni dal basso, da parte degli esclusi, espropriazione coatta delle ricchezze e tanto altro ancora..).

    Commento di Valerio Russo — 24 Gennaio 2008 @ 16:44

  3. Mi spiace, ma devo nuovamente dissentire. Quello che sta intendendo non è “il progresso”, non nel senso proprio della parola. Vocabolario alla mano leggiamo “atto, effetto del progredire; profitto, avanzamento; perfezionamento nelle conoscenze, nelle relazioni sociali, nei costumi, nei mezzi di vita”. Esaminando ogni significato specifico a sè abbiamo “progresso sociale - mutamento delle strutture sociali che avviene nel senso di un loro perfezionamento funzionale”, “progresso tecnico - il risultato delle invenzioni e dei perfezionamenti della tecnica produttiva”. Il suo atteggiamento potrebbe essere facilmente confuso con quello di coloro che inneggiano a un anacronistico ritorno all’età della pietra, un artificio interpretativo per legittimare il luogo comune del “si stava meglio quando si stava peggio”!
    “Progresso” non è certo “evoluzione”, giacché il progresso è proprio dell’uomo (o di esseri senzienti in genere) mentre l’evoluzione è un processo che prescinde da volontà individuali o di gruppo. Dovrebbe ri-esaminare la questione più attentamente a mio modo di vedere. Dire che il progresso “inaspettatamente porterà ad un collasso dell’intero sistema” è come dire che l’avvento della democrazia porterà all’anarchia: due concetti antitetici, per quanto a lei possano sembrare ovviamente connessi da un rapporto di causa-effetto.
    Le dirò di più: quando ci si trova in difficoltà, in una situazione sfavorevole, riuscire a riemergere e superare gli ostacoli è… “un progresso”! Quello che permette a migliaia di persone ogni giorno di non morire per una polmonite, quello che ha triplicato la speranza di vita media dai tempi dei primi insediamenti umani… è il progresso medico e sociale!
    Intendo che lei voglia demonizzare “Il Progresso”, il contemporaneo “Deus ex machina”, ma come le ho detto il progresso è un procedimento operato dalla volontà umana atto al miglioramento. I prodotti del progresso possono essere usati in maniera inopportuna e dannosa, come tutti i prodotti umani, ma ciò non può e non deve portare ad un’atrofizzazione della ricerca.
    Un paziente con una gamba incancrenita non deve essere soppresso: si deve provare a curarlo, e quando ciò non riesca amputare la gamba e tentare di ricostruirla. Il giusto non è necessariamente ciò che è preesistente l’uomo, la morale e l’etica devono aiutarci e guidarci nella nostra interpretazione.
    Probabilmente lei vede in quello che io chiamo il progresso qualcosa di diverso, quello che operano le industrie private ad esempio. Una grande quantità di investimenti per la ricerca è portata avanti da soggetti produttivi, che quindi mirano a un’espansione della propria economia piuttosto che a un miglioramento di qualcosa: quello io non lo chiamo “progresso”, ma “avanzamento tecnologico”.
    Il progresso è quello che stanno cercando di mettere in atto ricercatori di tutto il mondo con le sperimentazioni di centrali a fusione nucleare, in grado di fornire energia pulita e in grande quantità. Ribadisco che nelle attuali circostanze, giudicando in base a ciò che è già avvenuto con il protocollo di Kyoto e alle previsioni degli specialisti (previsioni possibili solo grazie al progresso scientifico, attenzione!), l’uomo potrà adeguarsi - se lo farà - molto lentamente rispetto al rapido degrado delle condizioni ambientali. Mi chiedo quale risposta ci sia, quale alternativa, se non la possibilità di fornire dall’esterno dei mezzi per garantirci più risorse e per ammortizzare più inquinamento.
    La popolazione globale cresce a dismisura, la desertificazione avanza, i ghiacci si sciolgono e il livello del mare aumenta… demonizzare le ultime risorse rimaste al genere umano mi pare quanto meno sconveniente.

    Commento di Alessandro — 4 Febbraio 2008 @ 00:45

  4. Non è mai stato nelle mie intenzioni dare al termine “progresso” la definizione che leggiamo sui vocabolari, il mio scopo è invece, dimostrare quanto il progresso stia uscendo dalle precedenti definizioni.
    Oggi tutto è progresso, ogni ricerca in ambito scientifico ed ogni applicazione tecnologica ci vengono favoleggiate come proficuo avanzamento, ma è veramente così?
    A parer mio no, per questo alcune distinzioni sono necessarie.
    Partirò proprio dal suo assunto: “quando ci si trova in difficoltà, in una situazione sfavorevole, riuscire a riemergere e superare gli ostacoli è… “un progresso”!”
    Io ritengo più appropriato l’uso del termine “vantaggio immediato” e riserverei l’uso della parola “progresso” solo nei tempi lunghi, ossia, quando il vantaggio acquisito si sarà consolidato senza comportare problemi in altri ambiti. Spesso, infatti, ci giungono prove che il progresso non è sempre propriamente un progresso…
    Dunque, come ci insegna il dizionario, il progresso è un apporto di benefici nel sociale, nei costumi e nei mezzi di vita, ma a tutto ciò dobbiamo necessariamente unire il progresso etico. Questo dovrà svolgere la funzione di tribunale critico, una funzione sempre più necessaria dal momento che l’avanzamento tecnologico ha, oggi più che mai, un peso notevole.
    Testimonianza di quanto i prodotti dell’avanzamento tecnologico investano allo stesso modo mondo naturale e mondo umano è la teoria degli ibridi formulata da Latour, a cui ho già accennato nell’articolo “Cambiamenti climatici (con ed oltre Kofi Annan)”.
    Vorrei ora smentire ogni vago parallelismo tracciabile fra me e l’inneggiare ad un ritorno all’età della pietra, piuttosto è nelle mie intenzioni evitare che l’uomo vi ricada a causa dei continui salti nel buio a cui lo spinge la fede nella tecnica.
    Credo infatti, che siamo più vicini all’età della pietra di quanto non sembri, questo perché, il più delle volte, non abbiamo il dominio degli strumenti che creiamo.
    A questo punto quello che io consiglio non è un ritorno all’età della pietra ma un uso responsabile dei mezzi che creiamo; occorre notare infatti, che se ci troviamo nella situazione odierna, in cui è necessaria l’istituzione di un protocollo in difesa dell’ambiente, lo dobbiamo soprattutto alle falle create dal progresso nei suoi tentativi di “domare” la vita, attenzione! Paradossalmente la cosa che sarebbe utile riprendere dall’età della pietra è il modus operandi, la prudenza di ogni scoperta, il valutare se gli strumenti che vogliamo realizzare siano davvero utili, o semplici capricci.
    Possibile dunque, alla luce di quanto è emerso, che il progresso vada contenuto?
    La mia risposta è un chiaro si, perlomeno riguardo al progresso che si sta delineando.
    Per avere più chiaro quanto il progresso necessiti di limiti ci basterà pensare all’esempio citato da lei in medicina riguardo alla gamba malata da curare; concordo perfettamente, ma vogliamo anche ricordare che è proprio la stessa medicina devota al progresso, alla tecnica ed al prolungamento della vita oltre i limiti che ha portato con sé problemi come l’accanimento terapeutico, i donatori-cadavere e le banche d’organi?
    Tutto ciò è oggi oggetto di discussione e critica nella bioetica.
    “E allora ci chiediamo (se ci atteniamo a scopi indubbiamente legittimi e persino lodevoli): è consentito ad esempio iniettare cellule cancerogene in soggetti non malati di cancro, oppure sospendere la cura a un ‘ gruppo di controllo ’ di pazienti affetti da sifilide; entrambi fatti veri, accaduti e diventati alla fine di dominio pubblico in America”.(Hans Jonas – Tecnica Medicina ed Etica)

    Commento di Valerio Russo — 19 Febbraio 2008 @ 13:06

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