Etica Naturale

IL MERCATO DELL’AVORIO NON E’ SAZIO: GLI ELEFANTI IN PERICOLO

Archiviato in: Notizie dal mondo — Valerio Russo 24 Luglio 2008 @ 21:35
GINEVRA - Dopo un divieto lungo 19 anni, sta per ritornare in commercio l’avorio. Il Cites, l’organismo delle Nazioni Unite che veglia sugli scambi di fauna e flora che rischiano l’estinzione, si riunirà domani a Ginevra per autorizzare la vendita di oltre cento tonnellate del materiale ricavato dalle zanne degli elefanti. L’allarme viene lanciato dagli ambientalisti che temono l’inizio di una nuova strage di dimensioni simili a quella che negli anni ‘80 portò all’abbattimento di circa settecentomila esemplari solo nel continente africano.

Il mio pensiero:
Sinceramente resto allibito dalle contraddizioni che la società capitalista sta sviluppando giorno dopo giorno.
Abbiamo assistito ultimamente alla dura lotta che alcuni uomini hanno intrapreso contro altri per la salvaguardia delle balene: l’esito è stato positivo, addirittura un paese è intervenuto contro un altro bloccandone il violento mercato cui auspicava.
Ma oggi pare che il mondo non abbia memoria e che il mercato in primis, non impari dal passato: Messe temporaneamente al riparo le balene, un nuovo attacco viene ora diretto contro gli elefanti.
La Cites ha infatti autorizzato la Cina ad ottenere lo status di “trading partner” e partecipare ad una vendita autorizzata d’avorio africano (si stimano 150 tonnellate); questo per premiare gli sforzi di Pechino nel contrastare il traffico illegale di avorio…
Sono perplesso lo ammetto; è come se ad un’organizzazione criminale venisse riconosciuta la licenza di uccidere come premio per aver tenuto a bada i propri sicari.
Al di là del fatto che questa similitudine potrà apparire agli occhi di molti troppo dura, credo tuttavia che ogni artificio letterario non renderebbe a pieno la follia di una simile decisione; se è vero che il contrabbando viene combattuto per difendere gli elefanti, perché il compenso deve essere una partita di cadaveri legalmente uccisa?
Personalmente mi sfugge la comprensione dell’istante in cui la lotta per il contrabbando dell’avorio si sleghi dalla lotta per proteggere gli elefanti, in modo che divengano due momenti separati e indipendenti, tali da permettere un nuovo massacro.
A tutto ciò c’è da aggiungere che la caccia illegale non è del tutto terminata; secondo l’IFAW (International Fund for Animal Welfare) , nel solo periodo 2000-2002 sono state sequestrate in Africa circa 18 tonnellate di avorio che corrispondono all’uccisione di 450-500 elefanti (teniamo bene a mente il fatto che il traffico scoperto è potenzialmente il 10% del contrabbando reale).
Leggo inoltre, che questi avvenimenti coincidono con l’entrata in scena delle organizzazioni criminali asiatiche(dunque la metafora usata precedentemente non è poi andata tanto lontana dalla realtà), che importano l’avorio grezzo dall’Africa per lavorarlo proprio in Cina.
Apprese queste notizie mi domando: perché nel mondo invece di realizzare un impegno concreto contro il contrabbando si giunge a legalizzare la caccia di un animale a rischio d’estinzione?
Allan Thornton, dell’Agenzia britannica di monitoraggio dell’ambiente ha dichiarato: “Se si consentirà loro di importare legalmente l’avorio, si aprirà la possibilità di una gigantesca copertura del traffico illegale». Ed io mi permetto di proseguire: Questa piccola concessione alla Cina avrà una sola conseguenza: L’ESTINZIONE degli elefanti.

Gli elefanti, nonostante la loro mole, sono dei mammiferi estremamente fragili, basti pensare che hanno una gestazione di 21 mesi, al termine della quale viene partorito un solo piccolo; fermiamoci adesso a riflettere sul fatto che il loro massacro viene perpetrato per ottenerne avorio dalle zanne, un materiale non necessario alla sopravvivenza dell’uomo e che al contrario viene utilizzato solo per produrre oggetti di lusso (l’inutilità).
Ma nel caso specifico, che necessità ha la Cina dell’avorio? Pare che il paese necessiti di questo materiale per produrre lussuose bacchette per il cibo (l’ironia dell’inutilità)…
…Ci troviamo ancora un volta gettati di fronte all’arroganza umana che osa estirpare la vita di un essere non per nutrirsi, non per difendersi ma per ornare il proprio banchetto..E tale riflessione ci condurrà ancora una volta di fronte all’orrore per la nostra specie.

EMERGENZA SQUALO: IL SIGNORE DEGLI OCEANI E` IN PERICOLO

Archiviato in: Notizie dal mondo — Valerio Russo 1 Marzo 2008 @ 16:43
ROMA - E’ in grave pericolo il signore degli oceani. L’allarme per la sopravvivenza degli squali arriva dal congresso della Società Americana per l’avanzamento della Scienza (Aaas) in corso a Boston dove sono stati presentati i più recenti studi sullo stato di salute del grande predatore dei mari.
Secondo i dati presentati al congresso, il declino globale di tutte le specie di squali è ormai del 50%, ma per alcuni in particolare, fra i quali il martello e il tigre, è ormai arrivata al 95%.
Un recente studio ha dimostrato che gli squali non cacciano a caso ma si spostano seguendo sempre le stesse rotte, una sorta di autostrade subacquee; tuttavia sono anche le zone più minacciate dalla pesca selvaggia.
Una delle soluzioni auspicabili nel tentativo di salvaguardare questi maestosi animali è la creazione di nuove aree marine protette, soprattutto in questi luoghi.
L’articolo è tratto da http://www.repubblica.it/, 17/02/2008

Il mio pensiero: Tante, troppe cause concorrono simultaneamente a minacciare l’esistenza dello squalo; alla base di tutto c’è il fatto che quest’eccellente creatura è considerata selvaggina libera! Per questo motivo, ogni anno oltre 100 milioni di squali vengono uccisi.
Vorrei ribadire una cosa che forse, anche se difficilmente, potrebbe essere passata inosservata: CENTO MILIONI sono gli esemplari che vengono uccisi ogni anno; se consideriamo che la popolazione dell’Italia è di circa cinquantotto milioni, il massacro che viene perpetrato contro gli squali equivale a sterminare ogni anno 2 volte la popolazione dell’Italia. Ci si allontana poi così tanto da un crimine?
Solo in cinque paesi la caccia privata e commerciale di singoli esemplari è stata regolamentata, e solo lo squalo bianco è da poco protetto in Australia, Canada, Nuova Zelanda, Sudafrica e USA. E questo solo dopo che i modelli scientifici hanno dimostrato con chiarezza che la capacità di riproduzione della specie è seriamente in pericolo.
Se si considera attentamente che lo squalo giunge molto tardivamente alla maturità sessuale (circa 10 anni), non si spiega il motivo per il quale venga ancora giudicato selvaggina libera. Da ciò possiamo immediatamente sconfessare le teorie che vedono ancora l’uomo come l’essere a cui è adibita la consegna del mondo, al contrario,è un essere pericoloso proprio perché la sua ignoranza è illimitata quanto la sua libertà.

Le minacce che mettono in pericolo gli squali sono molteplici:
- In Giappone lo squalo è usato per la produzione di preparati contro l’impotenza, nonostante la loro inefficacia sia stata dimostrata scientificamente.
Spero converrete con me nella terrificante bassezza di una simile strumentalizzazione dello squalo.
- Ancora in Giappone le pinne dello squalo vengono utilizzate per le zuppe
Vorrei ricordare qual è l’operato che permette ai palati dei buongustai di deliziarsi: Lo squalo viene pescato, la pinna viene tagliata e l’intero corpo (ormai inutile) viene rigettato in mare condannato ad una lenta agonia per dissanguamento.
- I pescatori sportivi e l’industria turistica, che continua oggi come ieri con gran successo a offrire viaggi di pesca d’altura che si trasformano ogni volta in vere e proprie stragi.
- L’industria farmaceutica guadagna vendendo in tutto il mondo una polvere ricavata dalle cartilagini dello squalo quale rimedio contro il cancro e l’artrosi.
Il farmaco è notoriamente inutile ed il guadagno si fonda sulle speranze dei pazienti affetti da tali malattie.
-La pesca con le reti alla deriva in cui ogni anno milioni di squali restano intrappolati.
Queste reti infatti, che possono essere lunghe anche venti chilometri hanno una capacità di cattura elevata ma la loro selettività è bassissima, in questo modo non vengono catturate solo le specie di interesse e dimensioni commerciali ma anche specie protette come cetacei, mammiferi, tartarughe e squali. I dati più recenti dicono che 8 pesci su 10 sono ributtati in mare, morti o moribondi.
Questo è un altro esempio di come la tecnica ci serva in modo perverso, e di come noi, al tempo stesso, siamo talmente schiavi dei meccanismi di produzione, tanto da essere ciechi di fronte al fatto che condanniamo alla morte numerosi esseri.
Perché gli oceani ed i mari non possono permettersi di perdere un simile essere? Cosa rende lo squalo un eccellente creatura?
Gli squali sono esseri estremamente evoluti e diversificati. Sono comparsi prima dei dinosauri, più di trecento milioni di anni fa e non si sono estinti, questo perché la loro adattabilità gli ha permesso di sopravvivere in un ambiente estremamente selettivo come il mare, diffondendosi dalle acque tropicali a quelle gelide della Groenlandia.
Non è solo l’incredibile capacità di adattamento a rendere lo squalo il padrone dei mari, ma soprattutto il fatto che questa specie gioca un ruolo chiave nell’ ecosistema marino costituendo l’anello finale della catena alimentare! Gli squali controllano la proliferazione dei predatori che minacciano le riserve ittiche necessarie all’uomo, fanno sì che i pesci non possano moltiplicarsi in modo incontrollato ed eliminano gli esemplari malati e deboli. Alla figura di un mare sano è connessa necessariamente quella dello squalo.
Abbiamo ancora molto da scoprire su questo ennesimo mistero che la vita ha donato al nostro mondo; una recente ricerca ha infatti dimostrato che gli squali bianchi potrebbero avere dei comportamenti sociali.
I ricercatori del progetto TOPP (Tagging of Pacific Predators), hanno marcato decine di squali bianchi con tag satellitari ed hanno scoperto che, dopo aver lasciato i luoghi di alimentazione invernale lungo la costa californiana, questi animali si dirigono in un punto preciso del Pacifico. Quest’area non eccelle né per le correnti, né per la maggiore concentrazione di cibo ma gli squali vi sostano per mesi in un numero abbastanza elevato. Proprio per questo motivo la suddetta area è stata denominata “White Shark Cafe – Caffè dello squalo bianco”.
Contrariamente all’immagine che ne è stata costruita (squalo = portatore di morte) lo squalo è l’incarnazione della selezione naturale nei mari, è l’equilibrio; eliminarlo sarebbe l’ennesimo lancio del boomerang contro l’ambiente.
Tuttavia per l’uomo lo squalo è l’erede ideale dei mostri del passato e dei draghi medievali, è considerato da molti un vorace predatore che si aggira silenzioso nei mari del mondo.
Osservo tristemente l’ennesima necessità dell’uomo di cacciare un mostro esterno, anche se non reale, piuttosto che riconoscere e combattere il mostro che ha dentro di sé.
Ritengo che oltre ad estendere la protezione ad ogni razza di squalo, occorrerebbe anche la restrizione della pesca a quote definite con criteri scientifici alla costituzione di aree protette.
Cosa possiamo fare noi ogni giorno?
Nell’UE vi è un notevole consumo e commercio di carne di squalo e nel 2005 l’Italia è la quinta nazione al mondo per importazione di squali e prodotti di squali, dietro a Spagna, Corea del Sud, Cina e Messico.
Inoltre, nel nostro paese la carne di squalo è molto comune in tavola (anche se forse non ne siamo al corrente). Si usano per lo più nomi di fantasia, modi del venditore per non dire la parola squalo: Asià, cagnetto, vitella di mare; piatti da evitare assolutamente insieme a palombo, spinarolo, gattuccio e galeo, questi ultimi sono piccoli squali che nella Lista Rossa vengono classificati come “vulnerabili” o “in pericolo” di estinzione.
Dobbiamo rinunciare in via definitiva ad ogni prodotto basato sulla carne di squalo o da sostanze derivate dall’animale.
Dobbiamo ricordarci di ascoltare sempre quel sentimento di meraviglia che sorge di fronte alla natura e a ciò che ci offre, in ogni sua manifestazione, possa questa sembrarci misteriosa, pericolosa, incomprensibile.
Forse la rievocazione del sublime dinamico kantiano ci aiuterà a capire che non tutto può essere compreso e dominato e che l’uomo deve capire i propri limiti, i proprio luoghi. Siamo degli ospiti che intralciano e distruggono le strade che la natura ha da tempo tracciato.

N.B. La Shark Alliance è un’organizzazione che si dedica alla conservazione degli squali ed è proprio grazie a questa che è stata indetta una raccolta firme a favore della protezione dello squalo in Europa.
Ogni utente che abbia letto l’articolo dovrebbe fare un piccolissimo sforzo e sottoscrivere la suddetta petizione al sito http://www.sharktrust.org/content.asp?did=28596 , basterà inserire nome, cognome, indirizzo e-mail (che resterà privato) e selezionare il paese.

http://www.petitiononline.com/SharkS/petition.html
Quest’altra petizione è invece indirizzata al presidente della Repubblica cinese. Purtroppo anche in questo stato continua l’inaccettabile consumo di pinne di squalo per piatti quali zuppe e stufati.
Basterà cliccare su “Click here to Sign Petition”; gli unici dati obbligatori da inserire saranno nome ed email (per privacy potrete scegliere che la vostra mail non sia visibile agli altri utenti selezionando l’opzione “Private” in “Email Address Privacy Option: (choose one)”).

CONTRIBUIAMO DICENDO IL NOSTRO STOP AL MASSACRO!

Conferenza sul clima a Bali (03-14/12/2007)

Archiviato in: Notizie dal mondo — Valerio Russo 22 Gennaio 2008 @ 15:51

Dal 3 al 14 dicembre del 2007 si è svolta a Bali (Indonesia) la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici: un appuntamento cruciale per capire la reale intenzione della comunità internazionale di affrontare la minaccia del cambio di clima. Infatti, nonostante la ratifica del protocollo di Kyoto e la sua entrata in vigore, le emissioni di gas a effetto serra, responsabili del mutamento, non accennano a diminuire.

Il protocollo aveva stabilito che le emissioni dei gas serra dovevano essere ridotte del 5% entro il 2012 rispetto ai livelli del 1990. Nonostante l’obiettivo di riduzione, nel 2005 le economie ricche, ad esclusione dei paesi dell’ex blocco sovietico, hanno fatto registrare un aumento dell’11% dei gas climalteranti rispetto ai livelli del 1990.
E per quanto riguarda il nostro paese? Il primo elemento che salta agli occhi riguardo l’Italia è il clamoroso ritardo nell’elaborazione di una strategia complessiva: il nostro paese, invece di ridurre, ha aumentato il proprio contributo al cambiamento climatico.
Se si persevera in questa marcia mondiale verso l’irrazionale progresso, le conseguenze potrebbero essere gravi, entro i prossimi cinquanta anni il mare Artico potrebbe essere completamente libero dai ghiacci durante i mesi estivi, con il rischio di scomparsa delle isole.
Nella migliore delle ipotesi prevista dagli scienziati dell’Onu, con un aumento della temperatura globale, si assisterebbe all’aumento della frequenza di fenomeni meteorologici estremi come uragani e cicloni, con conseguente aumento di inondazioni in varie zone del pianeta, tra cui anche l’Europa mediterranea; aumenterebbe inoltre lo stress idrico e la desertificazione (rischio per i paesi dell’Africa).
Siamo di fronte al fatto che il protocollo di Kyoto è ormai limitato rispetto alle grandi alterazioni con cui l’uomo sta distruggendo il proprio pianeta, occorre dunque un nuovo accordo sul clima che dovrà entrare in vigore alla scadenza del protocollo nel 2012, e ciò deve avvenire nel minor tempo possibile in modo che il nuovo negoziato entri in vigore entro il 2012 evitando così un vuoto normativo dopo la prima fase. Come accaduto per il protocollo di Kyoto infatti, anche il nuovo accordo sarà probabilmente da sottoporre alla ratifica da parte dei singoli stati firmatari e sempre come nel primo caso ciò potrebbe richiedere diversi anni.
Bali rappresenta dunque una tappa importante per iniziare a produrre risultati concreti.
Il nuovo accordo deve essere raggiunto entro e non oltre il 2009 per far fronte alle eventuali ratifiche dei singoli stati firmatari.

Diviene sempre più importante capire che l’adattamento (la capacità di prevenire gli impatti dei cambiamenti climatici con una serie di contromisure) non è una semplice opzione ma una necessità.
Purtroppo attualmente proprio questa esigenza non riceve l’attenzione che merita, molti dei maggiori responsabili dell’inquinamento atmosferico, come gli Stati Uniti o l’Australia, non danno alcun contributo ai finanziamenti dei progetti di adattamento e questo è in parte dovuto al fatto che i finanziamenti sono ancora oggi “volontari”.
Le variazioni da apportare sono dunque:
- Maggiori finanziamenti, soprattutto da coloro che contribuiscono massivamente all’incremento dell’effetto serra.
- Fermare la deforestazione delle foreste pluviali che contribuisce al rilascio di CO2 nell’ambiente e alla successiva riduzione della produzione d’ossigeno da parte della flora.

- Estendere il sistema Kyoto integrando i paesi di recente industrializzazione come Corea del Sud, Singapore e Arabia Saudita.
Il nodo cardine è quello di fissare un obiettivo di riduzione delle emissioni globali del 50% entro il 2050 perché gli impatti dei cambiamenti climatici comportano costi umani e finanziari molto minori se si interviene preventivamente.

L’epilogo della Conferenza è stato minacciato da un inaspettato asse Stati Uniti – Russia che si sono opposti ai tagli dei gas serra per i paesi industrializzati e alla divisione delle responsabilità tra paesi ricchi e quelli in via di sviluppo.
A questo proposito è intervenuto personalmente Al Gore invitando i governi ad andare avanti con l’accordo anche senza gli Stati Uniti.
Al termine di oltre tredici giorni di trattative serrate, i delegati dei 190 paesi sono giunti all’intesa e gli Stati Uniti si sono uniti all’accordo solo all’ultimo minuto: La negoziazione su un nuovo accordo riguardo i mutamenti climatici che sostituisca in maniera più ambiziosa il Protocollo di Kyoto è prevista a Copenaghen nel 2009 ed il nuovo trattato avrà effetto a partire dalla fine del 2012.

Il mio pensiero:
Abbiamo nuovamente la conferma che l’innalzamento della comunità universale verso lo scopo etico e la promozione di interventi concreti, può e deve escludere qualsiasi elemento che cerchi di opporvisi promuovendo la propria singolarità (vedi le posizioni espresse in “L’Australia interviene contro la caccia alle balene”).
Per quanto potente ed importante uno stato possa essere, il suo muoversi come singolarità, il sostenere l’attuale interesse personale contro il mondo futuro, ne rende legittima l’esclusione dalla comunità che si fa coscienza etica e che in virtù di tale identità si percepisce come concreta e forte.

L’Australia interviene contro la caccia alle balene

Archiviato in: Notizie dal mondo — Valerio Russo 5 Gennaio 2008 @ 23:45
TOKYO - Parziale ripensamento del Giappone nella sua scelta di proseguire la caccia alle balene malgrado le proteste piovute su Tokyo dai governi di mezzo mondo. Da oggi in poi la flotta di baleniere del Sol Levante attualmente impegnata nell’Antartide non ucciderà più le megattere, specie ritenuta a rischio di estinzione, senza però rinunciare a portare avanti l’obiettivo di catturare complessivamente circa mille esemplari entro l’inizio del 2008.
La scelta fa seguito alla decisione australiana di spedire unità della guardia costiera per pattugliare le acque antartiche a caccia di prove da utilizzare in un eventuale processo contro il Giappone davanti alla giustizia internazionale.
“La nostra scelta dovrebbe avere l’effetto di migliorare le relazioni con l’Australia - ha osservato il portavoce del governo giapponese - ma dipende da come viene accolta. Gli australiani danno un nome ad ogni megattera, per le quali provano sentimenti di grande affetto, qualcosa che io non riesco a capire, ma in Australia è un vero e proprio sentimento nazionale”.
L’articolo è tratto da http://www.repubblica.it/, 21/12/2007

Il mio pensiero:
Tempo fa scrivendo della crudele crociata intrapresa dal Giappone contro le balene, riportai il pensiero di Robert McClelland (primo ministro per gli Affari esteri australiani) riguardo al fatto di usare la marina militare come deterrente contro le baleniere giapponesi, e commentai così: “Ammiro questi stati sebbene sappia che la flotta giapponese sarà lì ed il deterrente di cui si è parlato no, non ci sarà.”
Alla luce degli ultimi avvenimenti, devo ammettere che l’intervento australiano ha destato in me sorpresa e meraviglia.
Questa volta infatti, il Giappone non ha visto scorrer davanti ai propri occhi una manifestazione del pensiero ambientalista, un credo a lui sconosciuto operante nella solitudine della propria giustizia, ma ha visto chiara in volto la presenza di un altro paese, un ente di pari importanza e potenza nel gioco degli equilibri economici mondiali, portatore di un’opinione pubblica immensamente più vasta.
Occorre notare due cose:

1)Il Giappone ha rinunciato solo parzialmente ai suoi scopi, infatti, sono le sole megattere ad essere escluse dalla caccia in quanto specie a rischio d’estinzione; non cambia però l’obiettivo di catturare complessivamente circa mille animali.

2)Il parziale ripensamento è avvenuto non perché il Giappone sia stato mosso da umana comprensione della natura e delle sue creature, ma per uno stop deciso che ha fatto vacillare la sicurezza su cui finora aveva costruito il proprio potere, una sicurezza che dipendeva dal fatto che le parole non potevano colpirlo.

Abbiamo davanti agli occhi la dimostrazione che se l’intera comunità mondiale agisse in modo concreto contro il singolo che si oppone ai valori ed alle leggi di questa stessa, anche il più ostinato distruttore della morale sarebbe costretto a fare dietrofront. E questa deve essere la via che va perseguita, poiché il rischio che si corre nell’interdipendenza universale della società globalizzata è che i prodotti delle singole nazioni vengano imposti all’intero mercato mondiale.
Se immaginiamo quanto nel caso specifico delle balene ciò possa essere disastroso, capiremo subito che il Giappone non può fermarsi alla parzialità ma deve arrestare la caccia nella sua totalità e che occorre fermare il consumo di carne di balena anche all’interno della singola nazione, in quanto basterebbe un passo degli altri paesi verso questa folle economia per cadere nel massacro globalizzato.

Disegno umano per le balene

Archiviato in: Notizie dal mondo — Valerio Russo 20 Dicembre 2007 @ 17:26

http://it.youtube.com/watch?v=Y9nthlnOHms

Il 16 novembre 2007 sulla “Bondi Beach” di Sidney, centinaia di persone hanno formato l’immagine di una gigantesca balena per protestare contro la caccia ai cetacei.
Questo magnifico atto d’umanità è la dimostrazione che il nostro sentire non è stato totalmente assimilato dall’economia e che dentro di noi riusciamo ancora a percepire l’ingiustizia perpetrata contro gli esseri viventi che abitano questo pianeta ed il dolore che li affligge.
La Terra non è il luogo dove l’uomo può manifestare il suo potere e gli altri esseri non sono il mezzo per accrescere l’ego della nostra razza, siamo tutti indissolubilmente legati all’unico, grande destino: la vita.

N.B. Qualora vogliate contribuire facendo sentire la vostra voce andate qui

http://www.petitiononline.com/golfinho/

Basterà cliccare su “Click here to Sign Petition”; gli unici dati obbligatori da inserire saranno nome ed email (per privacy potrete scegliere che la vostra mail non sia visibile agli altri utenti selezionando l’opzione “Private” in “Email Address Privacy Option: (choose one)”).
1233920 è il totale di firme raggiunto fino ad ora; aggiungiamo anche la nostra!

GIAPPONE: LA FLOTTA A CACCIA DI BALENE

Archiviato in: Notizie dal mondo — Valerio Russo 28 Novembre 2007 @ 01:36
TOKYO - Una flotta di baleniere giapponesi è partita per una spedizione che, secondo gli attivisti di Greenpeace, avrebbe come obiettivo la caccia a una particolare specie di balene, quelle con la gobba, prediletta dai “whales-watchers”. La Nisshin Maru, baleniera da 8.000 tonnellate, avrebbe lasciato il porto di Shimonoseki alla volta dell’Antartide intorno a mezzogiorno ora locale, e altre sarebbero pronte a seguirla in tempi brevi.Il Giappone, che reputa la caccia alle balene una tradizione radicata, ha abbandonato la caccia a fini commerciali in accordo con la moratoria internazionale del 1986, ma ha iniziato l’anno successivo missioni di caccia giustificate con “ricerche scientifiche”.Greenpeace ha annunciato che la propria flotta sarà nei prossimi giorni ai confini delle acque territoriali giapponesi per intercettare le baleniere e chiedere alla spedizione di fare marcia indietro. Se ciò non bastasse, sarebbe pronta a seguire la flotta nelle acque antartiche per contrastare la caccia. Secondo l’associazione “é chiaro che si tratta di caccia alle balene a fini commerciali mascherata e che il governo giapponese sta per riaprire questa attivita”.
-ANSA del 18/11/2007 16:09

Il 20 Novembre 2007, esattamente due giorni dopo l’ANSA riportata qui sopra, sul sito di Repubblica apprendiamo in modo più preciso le stime riguardanti il numero di baleniere salpate per la grande caccia e gli obiettivi di tale mostruosità. Si parla infatti di un’eliminazione numerica, una soglia da dover raggiungere, ma cosa ancora più grottesca, si percepisce quanto nell’occhio del “Giappone-cacciatore” non si abbia più a che fare con degli esseri viventi ma con dei numeri. E come tali verranno “depennati” dai mortali arpioni e le loro vite “riportate” ad incrementare la soglia di morte.

ROMA - Sono partite all’assalto nel più totale anonimato, spegnendo i segnali radio che permettono di identificare le navi. Tra un mese arriveranno a destinazione, nell’area antartica, per festeggiare il Natale massacrando balene. Sono le otto imbarcazioni che costituiscono la flotta da caccia giapponese: quattro catcher per inseguire e uccidere le prede, una nave fattoria per macellare i più grandi animali del mondo, un paio di ricognitori e una barca appoggio.
…Gli arpioni nipponici si muovono verso Sud con l’obiettivo di uccidere più di mille balene in nome della scienza.
…Questa volta Tokyo ha alzato il tiro: nel mirino degli arpioni entreranno non solo 935 balenottere minori e 50 balenottere comuni ma per la prima volta anche 50 megattere, una specie rara e amatissima dagli appassionati di whalewatching.

Il mio pensiero:
La vita torna ad essere minacciata dai bassi scopi umani, o per meglio dire, da chi ci fa vergognare d’appartenere a tale categoria nel suo ergersi a giudice riguardo ciò che deve essere eliminato ed in quali quantità.
Nel 1982 l’IWC(International Whaling Commission) - Commissione internazionale Baleniera ha emanato una moratoria contro la caccia commerciale delle balene voltando decisamente pagina riguardo le sue origini (1946) in cui incoraggiava attivamente la caccia e lo sviluppo dell’industria baleniera.
Tuttavia Russia, Giappone, Norvegia, Islanda e Corea hanno continuato indisturbati ad uccidere questi meravigliosi esseri. Perché, nonostante la moratoria, è permessa una simile evasione? Perché si permette a tali paesi di beffare l’opinione pubblica e con questa gli altri stati che si impegnano a mantenere il patto?
Nel 1994 i membri della IWC hanno approvato l’istituzione del Southern Ocean Whale Sanctuary, che copre un’area di 50 milioni di chilometri quadrati intorno all’Antartide ed in cui è proibita qualsiasi tipo di caccia commerciale. Tuttavia neppure questa zona è inviolabile, Norvegia e Giappone continuano ad offendere la legge ed il senso morale. La Norvegia infatti si è opposta alla moratoria e così, sotto le regole dalla IWC, è legalmente autorizzata a continuare la caccia alle balene.
Il Giappone ha invece intrapreso una strada ancor più meschina legittimando la caccia alle balene in nome della “ricerca scientifica” vendendo poi la carne sul mercato interno. A quanto pare il disgustoso tentativo di mascherare simili deplorevoli atti dietro motivazioni scientifiche non è esclusiva del paese del sol levante poiché l’Islanda adottò la stessa scappatoia nel 2003.
Il fatto che, malgrado tutte le restrizioni, queste nazioni persistano in un simile comportamento, mina lo spirito e gli intenti della stessa IWC dimostrando che le regole sono oltrepassabili. Ciò mette in risalto che la tutela delle balene è insufficiente e che legge deve essere aggiornata per far fronte alla bramosia dell’uomo;
torniamo dunque alla crisi del diritto di cui parlava Salazar-Ferrer (vedi Bioetica).
Proprio perché il sistema dell’IWC manifesta troppe falle, il WWF chiede che i governi facciano di quest’organo un forum internazionale per la conservazione di tutti i cetacei.
La necessità di una revisione è sempre più emergente, proprio per questo vorrei analizzare nel dettaglio una delle lacune più grosse: Permettere la caccia delle balene al Giappone ed a chiunque ponga come scopo la ricerca scientifica.
Inizierò con il precisare che il Giappone ha in realtà interessi economici e non scientifici, aggiungo l’indagine di Greenpeace in cui apprendiamo che 4000 tonnellate di carne di balena restano invendute nei magazzini, questo perché, secondo i recenti sondaggi, i due terzi dei giapponesi dichiara di mangiare molto raramente questo prodotto. Vorrei inoltre ricordare, per chi fosse preso da interessi grettamente materialistici, che la caccia alle balene frutta molto meno del whale-watching (l’osservazione dei cetacei nel loro ambiente naturale) ed il turismo in Islanda è fortemente motivato da quest’attività.
Tirando le somme, anche coloro che innalzano l’economia al di sopra del vivente, dovrebbero riconoscere maggiore utilità nel tenere le balene in vita piuttosto che sterminarle.
Dopo queste ultime precisazioni, chiunque converrà che la situazione è già di per sé paradossale e proprio da questa proseguirò con l’illustrare l’orrifico uso della ricerca come boia per la vita.
Occorre fissare dei cardini nel pensiero che andrò ad esporre:
La ricerca è l’attività avente per fine lo studio ed il ritrovamento di nuove acquisizioni all’interno di un preciso campo, e soprattutto la ricerca scientifica, ha il suo campo d’indagine nella vita (in ogni sua manifestazione trascorsa e corrente).
Poiché la scienza non giunge mai ad un sapere completo ed universale, necessiterà sempre della vita in cui poter tornare sui propri passi, rettificare le convinzioni acquisite e scoprire nuovi sentieri da percorrere.
Si dovrebbe perciò acquisire tale concetto: vita e scienza non sono separabili, o meglio, la scienza ha il dovere di riconoscere i suoi obblighi verso la vita.
Dunque la ricerca non può cercare una progressione o un operato che vadano contro la vita stessa, poiché andrebbe ad inficiare le premesse ideologiche sulle quali si fonda.
Potrebbe nondimeno avvenire che la ricerca, in quanto sintesi dei momenti galileiani e strumento fondamentale della scienza, riesca a persuadere quest’ultima a prevaricare la vita al fine di ottenere la conoscenza (un ulteriore caduta di stile dei concetti baconiani). Stando alle ultime attività del Giappone, in cui pare che la ricerca richieda proprio dei sacrifici, le parole di Nietzsche attraversano la mia mente: “Ma la vita deve dominare sulla conoscenza, sulla scienza, oppure la conoscenza deve dominare sulla vita? Quale delle due forze è la più alta e la decisiva? Nessuno può dubitarne: la vita è il potere più alto, dominante, poiché una conoscenza che distruggesse la vita distruggerebbe nel contempo se stessa. La conoscenza presuppone la vita.”¹
Nonostante io abbia dimostrato che la ricerca scientifica NON può assolutamente prevaricare la vita, qualcuno potrebbe sostenere che la libertà della ricerca sia data dai vari oggetti con cui questa si rapporta e che dunque, nel caso specifico delle balene, essa possa usufruirne come vuole. Che tutto ciò sia errato lo dimostrerà un’attenta analisi del rapporto che intercorre fra la ricerca ed il suo “oggetto”, o meglio, fra la ricerca ed il campo con cui si confronta.
Si presuppone che la ricerca venga applicata nei confronti di cose che ne suscitino l’interesse e che quindi non sia nelle intenzioni primarie di tale attività minacciarle.
Definisco dunque la ricerca, un rapporto complementare fra due enti, non fra un soggetto attivo ed un semplice oggetto passivo; pensate quanto questo concetto assuma un valore più grande nel momento in cui lo si applica alla vita, alla natura.
L’ente uomo e l’ente natura comunicano, nello specifico esempio delle balene, l’uomo ne studia i comportamenti ed i benefici che in quanto esseri danno all’intero ecosistema marino, a sua volta questo studio attiva una sorta di “ricomprensione” per la quale l’uomo capisce la necessità che ha, e che il mondo stesso ha, riguardo questi esseri.
Nella consapevolezza che gli esseri viventi non devono essere messi a rischio da nessuno scopo scientifico, neppure il più alto, comprendiamo che l’azione del Giappone, e di chiunque mascheri con la ricerca i suoi interessi commerciali, è un insulto ed un bastone fra le ruote alla vera ricerca.
Le balene sono mammiferi molto delicati e nonostante la loro longevità (possono arrivare anche a 200 anni) hanno una bassa attività riproduttiva, dunque i cambiamenti climatici, l’inquinamento (dell’ambiente marino ed acustico), la cattura incidentale fra le reti, ne sta determinando l’elevato rischio d’estinzione.
Se oltre ai gravi disturbi causati dal modo di vivere dell’uomo, vi uniamo una spregevole selezione artificiale, saremo doppiamente colpevoli.
Dobbiamo condannare questi paesi che agiscono in modo disumano e combatterli con ogni forza.
Il portavoce di Greenpeace, Steve Shallhorn, ha sottolineato oggi che i biologi marini d’Australia e altri paesi del Pacifico hanno più volte sostenuto che le informazioni scientifiche sulle balene possono ottenersi senza uccidere gli animali. La stessa organizzazione ambientalista è partita per poter frenare la carneficina a bordo della nave Esperanza. Ammiro queste persone anche se so che si troveranno di fronte 4 baleniere.
Le mosse del Giappone hanno suscitato anche le ire di altri paesi come la Nuova Zelanda e l’Australia, per quest’ultima ha parlato a Canberra il ministro per gli Affari esteri, Robert McClelland che ha invocato l’uso della marina militare come deterrente contro le baleniere giapponesi. Ammiro questi stati sebbene sappia che la flotta giapponese sarà lì ed il deterrente di cui si è parlato no, non ci sarà.
Ognuno di noi è chiamato a comprendere la mostruosità di ciò che sta accadendo e guardare con occhi diversi questi assassini, che siano europei e non.
A conclusione di tutto vorrei ricordare che le balene sono esseri estremamente sensibili, i loro branchi sono costituititi da relazioni familiari, e poiché ognuna di queste creature comunica con le altre mediante richiami e canti, la scomparsa di una sola può causare gravi squilibri per l’intero branco.
Le balene cantano, ci credereste mai? Eppure la profondità dell’oceano percepisce i loro suoni e resta in armonia anche grazie a questi. Togliere il canto delle balene al mare sarebbe come privare noi uomini dei dolci sussurri del vento fra le foglie, del calore del sole sulla pelle…
Anche se paradossalmente, i più percepiranno quest’effetto di necessaria melodia del vivere solo se indotti a pensare al rumore del caos cittadino.

¹F. Nietzsche, Unzeitgemässe Betrachtungen, Zweites Stück: Vom Nutzen und Nachteil der Historie für das Leben, 1874 (trad it. Sull’utilità e il danno della storia per la vita, a cura di Sossio Giametta, Adelphi, Milano, 1973) p. 96

Disastro ambientale nel Mar Nero

Archiviato in: Notizie dal mondo — Valerio Russo 15 Novembre 2007 @ 22:19
E’ strage di animali nel Mar Nero: sarebbero almeno 30.000 gli uccelli morti e 12 i chilometri di costa russa invasi dal petrolio. Lo riferisce il Wwf citando un primo bilancio delle autorità russe relativo al disastro del Mar Nero. “Ci vorranno però ancora uno o due giorni per quantificare la reale gravità del disastro, ma il bilancio - afferma il Wwf - è già grave”. “Il disastro ambientale provocato dal naufragio delle 5 navi, cariche di zolfo, petrolio e materiali ferrosi, rischia di diventare ancora più grave perché l’Ucraina - riferisce il Wwf - non sembra avere gli strumenti adeguati per affrontare e tamponare incidenti di questa portata. Il recupero del petrolio fuoriuscito è iniziato, ma la situazione meteorologica, con forte vento e tempeste persistenti, rende difficile ogni intervento”. La morfologia delle coste, caratterizzate da spiagge basse e sabbiose, rischia di peggiorare la situazione favorendo la penetrazione del petrolio verso l’entroterra. Minori preoccupazioni desta invece la situazione dello zolfo, racchiuso in container che dovrebbero garantire una certa tenuta. “Questo devastante incidente rischia di aggravare un’ emergenza ambientale già conclamata nel Mar Nero, uno dei mari più inquinati e a rischio - dichiara Michele Candotti, segretario generale del Wwf Italia - si tratta di un incidente che invita ancora una volta ad aprire gli occhi sui rischi del commercio del petrolio, di cui il mare, nonostante decenni di gravissimi disastri ambientali, rimane come sempre la vittima sacrificale”.
-ANSA del 12-11-2007 18:13-

Il mio pensiero:
Per quanto i notiziari parlino di incidente, di una tempesta che ha infuso nel mare la forza distruttrice, di navi che non hanno resistito alle raffiche di vento, concordo sul fatto che, all’interno di quest’ennesima tragedia ambientale, sia il mare la vera “vittima sacrificale”.
Occorre ragionare sul fatto che il sacrificio è un atto volontario ed in quanto tale connesso con la scelta.
La scelta è ciò di più complesso con cui l’uomo ha a che fare ed è costituita di finalità e mezzi; queste due componenti “diventano oggetto di meditazione in cui si riflette se i mezzi sono adeguati agli scopi e se gli scopi sono veri, ossia reali e tali da poter essere conseguiti con questi mezzi.”¹
Quello cui abbiamo assistito è la prova che non c’è stato un giusto bilancio riguardo ai mezzi ed alla finalità e due argomenti ben precisi ce lo dimostrano:

1) la tempesta dell’11 novembre era stata ampiamente prevista dai servizi meteorologici;

2) benché altre fonti abbiano accennato alla predisposizione fluviale e non marina delle petroliere, su Greenpeace leggiamo per inciso: “Le due imbarcazioni vengono di solito utilizzate per trasportare il petrolio dalla Crimea (Ucraina) alla Russia lungo il Volga. Non sono navi adatte ad affrontare un mare in tempesta.”

Alla base del secondo punto c’è un’ulteriore considerazione da fare, ossia che gli eventi meteorologici estremi sono una conseguenza del cambiamento climatico provocato dalla persistenza dell’uomo nelle energie non rinnovabili (i carburanti fossili).
L’allarme generato dal clima ormai fuori controllo dovrebbe portarci a considerare la prudenza e l’investimento in nuove energie che garantiscano vita al pianeta; al contrario, assistiamo ancora ai passi affrettati e sconsiderati dell’uomo verso la ricchezza utopica.
Sotto questa luce bruciante, siamo ancora convinti di voler leggere il disastroso avvenimento come quattro navi cadute in balia della tempesta? Oppure vogliamo volgere lo sguardo alla realtà e vedere?
Allora capiremo che ancora una volta l’uomo ha scelto di mettere da parte un’attenta valutazione dei mezzi, dei rischi e delle conseguenze per correre dietro all’economia e ai prezzi in ascesa del petrolio. Il mercato ha vinto sulla responsabilità, nel contempo la vita perde e viene esiliata.
Non possiamo, ancora una volta, chiudere gli occhi di fronte ad una simile catastrofe, una quantità insormontabile di uccelli e pesci lo ha già fatto e continua a farlo per noi, per causa nostra… Per sempre.

–Le immagini 1 e 2 partendo dall’alto sono liberamente tratte da <www.repubblica.it>
Nel caso dovessero essere protette da copyright, saranno rimosse alla prima eventuale segnalazione–

¹ K. Jaspers, Philosophie. 2 - Existenzerhellung, 1956 (trad it. Filosofia. 2 - Chiarificazione dell’esistenza, a cura di Umberto Galimberti, Mursia, Torino, 1978) Sezione 2, Cap. 5, p. 143