Etica Naturale

LA COERENZA DELL’ IRRESPONSABILITA`

Archiviato in: Bioetica, Notizie dal mondo — Valerio Russo 15 Novembre 2011 @ 14:27

Recentemente il consigliere provinciale Giancarlo Carocci ha dichiarato fermamente che, ogni cittadino, dovrebbe poter decidere di terminare legalmente la vita del proprio animale con una semplice puntura, soprattutto nei casi in cui:
-L’animale da affezione non possa più essere tenuto in casa; cause: il trasferimento in un’abitazione più piccola, o l’allargamento della famiglia.
-L’animale da lavoro si riveli inadatto agli scopi che l’allevatore aveva previsto per lui, divenendo dunque nient’altro che un peso economico.
A sostegno di tali prospettive, Carocci ha addotto il proposito di voler evitare il sovraffollamento dei canili – definiti da lui dei lager- i quali  gravano irrimediabilmente sul bilancio economico della regione, nonché del paese.
Dell’illegalità di una simile proposta davanti al diritto, è stato già trattato nell’articolo: Carocci: “Se il cane da` fastidio, meglio la soppressione”. Il presente articolo ha, invece, lo scopo di esaminare i risvolti morali delle argomentazioni suggerite dal consigliere.
La legalizzata uccisione dell’animale si baserebbe dunque su due presupposti fondamentali:  la venuta meno dell’affezione da parte del/i padrone/i, e la liquidazione dei costi proporzionalmente alla liquidazione dell’animale stesso.
La domanda è a questo punto la seguente: cosa accadrebbe se portassimo queste argomentazioni sino alle loro estreme conseguenze? Ed ancora: fino a che punto una simile legittimazione della liquidazione può essere sostenuta?
Si veda ad esempio il caso dell’animale da affezione: il cucciolo scelto dalla famiglia che successivamente sente la necessità di disfarsene. Appare chiaro quanto questa argomentazione sia  unicamente collegata al grado di affezione dell’uomo, il quale regolerebbe il proprio agire in base alla presenza o meno di tale disposizione d’animo.
Considerare l’affezione come bussola fondamentale dell’agire umano implica una deviazione nel segno dell’arbitrarietà, una privazione di quell’oggettività richiesta dalle direttive morali. In questo senso ogni relazione sociale equivarrebbe ad un edificio costruito sull’acqua, ed ogni tessuto solidale risulterebbe compromesso. Persino nella sfera familiare si assisterebbe a risvolti drammatici: a quale situazione si andrebbe incontro se un bambino non fosse più voluto dai suoi genitori?
Infine, se il taglio ai costi delle strutture di ricovero e degenza rappresenta uno standard cui fare riferimento, si potrebbe estendere tale presupposto agli stessi ospedali che ospitano i pazienti. Quale beneficio si avrebbe per il sistema sanitario nazionale se la “medicina Carocci” venisse applicata per liberare i posti letto?
Valerio Russo

CAROCCI: “SE IL CANE DA` FASTIDIO, MEGLIO LA SOPPRESSIONE”

Archiviato in: Bioetica, Notizie dal mondo — Valerio Russo 8 Novembre 2011 @ 15:41

“Quando una persona non ha più spazio per un animale, oppure i figli crescono o aumentano di numero; il cane può dare fastidio: la bestia soffre e potrebbe fare danni. Meglio poterlo uccidere con una puntura”. Questa la proposta del consigliere provinciale di Perugia Giancarlo Carocci (esponente di Umbria tricolore).
Le motivazioni addotte da Carocci sono molteplici, a partire dalla constatazione che simili prospettive vanno assunte per evitare le barbarie dell’abbandono e dei canili, i quali -a detta del consigliere- sarebbero paragonabili a dei lager.
Inoltre, prosegue Carocci, l’eliminazione dell’animale presso il veterinario, con una spesa minima da parte del cittadino, eviterebbe lo spreco di risorse pubbliche.
Sembra proprio che la proposta del consigliere, assumendo la ferma volontà di voler evitare il cosiddetto “canile-lager”, passi direttamente ad una politica di eliminazione sistemica. Non una soluzione, non un appello affinché la Regione si impegni nella destinazione delle risorse e nei controlli ma, di fatto: il post-lager.
Tuttavia, questo scioccante ragionamento non è solo la conseguenza di un errore nella valutazione del problema che sfocia in un utilitarismo di basso spessore; alla base di tutto c’è una considerazione dell’animale quale oggetto, e dunque di un qualcosa la cui dignità non va presa neppure in considerazione. Parlando dell’allevamento, del cane quale animale da lavoro, Carocci pone l’esempio di un cane non-addestrabile o inadatto al lavoro, ponendo la domanda “Che cosa dovrebbe fare l’allevatore? Tiene un cane che non serve? E` una spesa[…] Il proprietario che se ne fa?”
Non solo le asserzioni di Carocci vanno contro una diffusa presa di coscienza che riconosce una sensibilità agli animali, simili dichiarazioni, ignorano apertamente le norme stabilite dal diritto: e precisamente l’art. 544 bis del Codice penale:
Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da tre mesi a diciotto mesi. [n.d.r. l’articolo include sia animali da affezione che da allevamento]
L’art. 544 tratta di un’ ipotesi delittuosa, non solo perché l’uccisione di un animale arreca un danno al sentimento di pietà che la comunità nutre per gli animali (quel sentimento apparentemente assunto dal consigliere per legittimare la sua posizione contro i canili e l’abbandono, e dunque a favore della liquidazione), ma perché viene presa in considerazione la lesione dell’animale stesso, che viene fatto oggetto di tutela. Ne consegue che il movente dell’uccisione a beneficio dell’animale può essere solo il risultato di una “carità malevola”, o meglio: dell’irresponsabilità dell’uomo nei confronti di una scelta presa in passato.
Al contrario, l’umanità autentica è quella che si manifesta nella responsabilità verso le scelte passate; nella promessa di connetterle con il futuro.
“Rimedio all’imprevedibilità, alla caotica incertezza del futuro, è la facoltà di fare e mantenere delle promesse [...] Senza essere legati all’adempimento delle promesse, non riusciremmo mai a mantenere la nostra identità; saremmo condannati a vagare privi di aiuto e senza direzione nelle tenebre solitarie della nostra interiorità.”¹
Valerio Russo

¹H. Arendt, The human condition, 1958 (trad. it. Vita Activa. La condizione umana, a cura di Alessandro Dal Lago, Bompiani, Milano, 2008) p. 175

L’UOMO E L’ANIMALE: ZOOMIMESI E ZOOANTROPOLOGIA

Archiviato in: Bioetica, Pensieri e Riflessioni — Valerio Russo 28 Settembre 2011 @ 17:46

La teriosfera (intesa come l’insieme della forma di vita animale) ispira da sempre l’immaginario umano (basta vedere il continuo ricorso all’icona animale – zoopoiesi), e costituisce un polo d’ibridazione essenziale per la cultura.
L’atto d’ibridazione che l’uomo ha intrattenuto con la teriosfera prende il nome di Zoomimesi; questa non è un semplice uso passivo dell’altra specie e non è neppure una coevoluzione, bensì è una qualità umana di socializzazione eterospecifica.
Ecco che secondo Marchesini l’animale non è più semplice oggetto di conoscenza ma diviene partner di conoscenza, questo perché, ci dice l’autore: “quando l’uomo ancora non possedeva il suo equipaggiamento tecnologico, gli animali erano gli unici suoi promotori di conoscenza, poiché osservare il comportamento delle altre specie significava avere a disposizione un vero e proprio sillabario per comprendere il mondo e aumentare conseguentemente le probabilità di sopravvivenza” ¹.
L’animale diviene dunque un doppio in cui proiettarsi, osservarlo porta all’introspezione e conseguentemente alla conoscenza dei nostri aspetti sconosciuti, nonché alla chiave di lettura dei nostri problemi.
Proprio per l’importanza dell’immagine animale come ponte tra l’uomo e l’ignoto, alla fine degli anni ottanta si sviluppa la zooantropologia cui appartiene lo studio dell’interazione fra uomo e le altre specie, un’interazione che sottolinea un nesso ontogenetico: “il presupposto della zooantropologia è che gran parte delle espressioni culturali dell’uomo sortiscano da un processo di ibridazione con l’animale”².
Valerio Russo

¹R. Marchesini, Post-humanverso nuovi modelli di esistenza, Boringhieri, Torino, 2002, p.115
²Ivi, p. 137

LUNGO I VOLI DI GREY OWL

Archiviato in: Bioetica, Pensieri e Riflessioni — Valerio Russo 1 Settembre 2011 @ 16:50

“Ho la consapevolezza e la certezza che dobbiamo fare qualcosa per la sopravvivenza della Terra, non siamo i padroni della Terra ma siamo i suoi figli”.
Leggendo questa celebre frase di Grey Owl il pensiero va a quel legame originario che collega gli esseri viventi al mondo, un trascendimento del semplice concetto che vede il mondo come mero luogo dell’accadimento e della realizzazione del vivente, in favore di un mondo come possibilità del vivente. Non un rapporto dell’uomo con una mera res: un semplice spazio a disposizione su cui edificare, bensì un rapporto tra essenti coniugantesi nell’essere vivente, di cui uno dei due è l’origine che pone le condizioni dell’altro.
Viene da sé che noi siamo figli della nostra Terra e non i padroni, non potremmo mai essere padroni dei nostri genitori.
Valerio Russo

DALLA LIBERTA` ALL’APPARATO

Archiviato in: Bioetica, Pensieri e Riflessioni — Valerio Russo 20 Agosto 2011 @ 01:20

Che Anders abbia visto bene? E’ forse vero che nell’epoca della macchina in cui tutto è sostituibile, l’insostituibilità dell’uomo è da considerarsi un difetto?
E se per poter imitare le macchine perfette, i suoi prodotti, l’uomo si rendesse a sua volta modificabile?
Mediante l’ingegneria genetica, la chirurgia estetica, le droghe che determinano gli stati d’umore, egli tratterebbe se stesso alla stregua di un oggetto su cui è possibile lavorare a piacimento, seguendo degli standard pre-determinati, come di fatto si fa con i prodotti.
Se questo suo desiderio di divenire simile alla macchina (una parte dell’apparato) si concretizzasse… Cosa ne sarebbe della sua libertà?
Valerio Russo

DAT: DDL APPROVATO ALLA CAMERA

Archiviato in: Bioetica, Notizie dal mondo — Valerio Russo 12 Luglio 2011 @ 19:43

In data odierna la Camera ha approvato -con qualche modifica- il ddl che regola la Dichiarazione Anticipata di Trattamento; lo stesso è stato trasmesso al Senato per l’approvazione in seconda lettura.
Mi limito a divulgare la notizia, che auspico di trattare più approfonditamente in un post successivo.
La prima impressione è tuttavia di forte perplessità: sembra, infatti, che il dibattito condotto sui principali format televisivi, e la necessità di dare una risposta al caso Englaro, abbiano fortemente contaminato il fine che tale legge doveva proporsi. Non a caso, i principali strumenti d’informazione parlano delle norme che mirano a vietare la sospensione della nutrizione e dell’idratazione artificiale nei termini di “norme ispirate al caso Englaro”.
La legge sulla DAT, la quale dovrebbe riguardare le terapie che un individuo
intende accogliere qualora dovesse trovarsi nella condizione di incapacità di esprimere il proprio diritto, appare unicamente connessa allo stato persistente vegetativo.
Questo punto davvero problematico dà una percezione di quanto la legge sia stata costruita
sulla scia del caso Englaro; sul coma vegetativo dunque e non sullo stato d’incapacità cognitiva che può subentrare in alcune malattie.
Se con la parola legge si intende:  una norma che regola l’azione degli uomini, un atto dello Stato che fissa regole di condotta obbliganti per la generalità dei cittadini, e dunque, un concetto che mira ad estendersi su un’ampia collettività, subito si rivelano i problemi connessi ad una legge pensata e promulgata a partire da un caso particolare.
Valerio Russo

UNA RIFLESSIONE SULL’ACQUA PUBBLICA

Archiviato in: Pensieri e Riflessioni — Valerio Russo 18 Giugno 2011 @ 14:38

Tra i risultati importanti del Referendum una rilevanza particolare merita senz’altro la scelta degli italiani a favore dell’acqua pubblica. Ora che la sovranità popolare si è espressa per l’abrogazione della privatizzazione dell’acqua, occorre porre i riflettori proprio sull’importanza di questo bene pubblico.
Impossibile nascondere il fatto che l’acqua sarà il petrolio del futuro, e che sempre meno persone al mondo potranno avere accesso a questo elemento di primaria importanza per la vita. Impossibile dunque non ragionare sugli sprechi che la maggior parte delle persone attua ogni giorno.
“Come ha calcolato uno studio voluto dalle Nazioni Unite, “meno della metà di quanto il mondo spende per comprare acqua in bottiglia, basterebbe per dare acqua pulita a tutta l’umanità”¹.
Effettivamente non mi è chiaro come si possa pagare per qualcosa che -con nostra grande fortuna- già fluisce nelle nostre case, per qualcosa che spetta di diritto alla vita di ogni individuo. Appare paradossale il fatto che, nonostante la fonte sia stata spostata all’interno delle case, le persone continuino nel 2011 ad uscire di casa per procurarsi l’acqua (a pagamento).
Come si può credere che dell’acqua chiusa in bottiglie di plastica, ammassata e trasportata per chilometri all’interno dei camion, tenuta per ore sotto il sole, possa essere migliore dell’acqua che arriva direttamente nelle nostre case? A tal proposito sembra davvero calzante una frase di Ascanio Celestini:
“Dico che se prendo l’acqua da bere al supermercato e uso quella potabile che esce dal mio rubinetto per lo sciacquone del cesso sono un pazzo pericoloso”.
Adesso che l’acqua pubblica ha vinto, spetta ad ognuno di noi portare alla vittoria la valorizzazione dell’acqua pubblica.
Valerio Russo

¹Irene Salina – Per amore dell’acqua. Flow, 2009

IL SI CONTRO IL NUCLEARE

Archiviato in: Bioetica, Citazioni Autorevoli, Cultura ed Attualità — Valerio Russo 8 Giugno 2011 @ 22:19

Nel 1903, all’interno del Trattato Principia Ethica, George Edward Moore scriveva:
“The commonest rules of conduct involve such considerations as the balancing of future bad health against immediate gains; and even if we can never settle with any certainty how we shall secure the greatest possible total of good, we try at least to assure ourselves that probable future evils will not be greater than the immediate good”¹.

Queste parole, scritte circa un secolo fa, mostrano tutta la loro attualità, in modo particolare ora che l’Italia è chiamata a fare una scelta ben precisa. Personalmente non ho intenzione di scommettere sul futuro del Paese e dell’intero Pianeta. Il 12 ed il 13 Giugno al Referendum Popolare, voterò SI per l’abrogazione delle nuove norme che consentono la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare.
Valerio Russo

¹ “Le più comuni regole di condotta comportano considerazioni quali il bilanciamento di un possibile stato di cattiva salute rispetto ai guadagni immediati, e anche se non potremo mai stabilire con certezza quale sia il modo più sicuro per accedere al massimo bene possibile, cerchiamo almeno di assicurarci che probabili mali futuri non siano più grandi dell’ immediato benessere”.

Il terremoto a Roma, i media e lo spostamento dell’attenzione pubblica

Archiviato in: Notizie dal mondo, Pensieri e Riflessioni — Valerio Russo 8 Maggio 2011 @ 23:33

Amplificatori di profezie, sintonizzatori dell’apocalisse, ed in via definitiva, mercanti di realtà: ecco le fotografie che meglio rappresentano i Tg italiani di questi giorni. Proprio di fronte al fantomatico terremoto che dovrebbe colpire Roma, i media appaiono come strumenti in grado di creare notizie dal nulla.
Ogni giorno infatti, si trasmettono continui sproloqui su un evento che non sussiste come tale e che, con ogni certezza, non avrà neppure luogo; continuamente si crea lo spazio all’interno di telegiornali, trasmissioni e coscienze per qualcosa che non esiste.
Tuttavia la ripetizione operata dalla tv ad ogni fascia oraria ha dato luogo ad una vera e propria isteria di massa: il terremoto di Roma, da semplice fantasma paventato, è divenuto per gli spettatori qualcosa di concreto e tangibile.
Al tempo stesso si assiste ad un oblio di eventi realmente accaduti e drammaticamente importanti: la catastrofe che ha recentemente sconvolto il Giappone è stata praticamente cancellata dal sentire quotidiano dei telespettatori. Ergo, l’evento, per quanto vero, non esiste.
Il terremoto dell’11 Marzo, così come il disastro della centrale nucleare di Fukushima, sono semplicemente scomparsi dallo spettro dell’informazione. Si è verificato uno slittamento della realtà per il quale l’apocalisse fittizia ha sostituito quella reale; il pericolo, la solidarietà umana, la riflessione sul nucleare sono stati trascinati via dalla paura stimolata da un’incognita (decisamente fittizia). In tal modo, trascorso l’11 maggio, passata la paura per quest’evento che ha catalizzato l’attenzione, tutto verrà ri-assimilato, come acqua che lava l’intero lavabo prima di finire nello scarico.
A ben riflettere sembrerebbe che i media, più che creare una parità di informazione, usino la loro livella per instillare nei telespettatori una sorta di Alzheimer collettivo.
Valerio Russo

NUCLEARE: INTERVISTA A GUNTER GRASS

Archiviato in: Bioetica — Valerio Russo 12 Aprile 2011 @ 00:06

BERLINO - Günter Grass, crede che Fukushima abbia cambiato il modo di pensare della gente?
«Fukushima ha cambiato il mondo, perché è successo qualcosa di diverso da quanto finora avevamo vissuto, saputo e presunto. Molti sono diventati solo ora consapevoli dei pericoli dell’energia atomica. E’ tema di conversazioni in ogni famiglia. Per i più anziani come me un’occasione di riflettere».

Ripensando alla sua vita, sul tema atomo cosa ricorda?
«Io divenni adulto dopo la fine della guerra. Il Reich aveva appena capitolato, ero ancora prigioniero degli americani, e caddero le prime bombe atomiche, e così finì la guerra col Giappone. Fu il mio primo “incontro” con la bomba atomica. Ero contro la bomba, ma a favore dell’uso pacifico dell’energia nucleare. Mi ci vollero anni per capire che uso militare e uso pacifico hanno qualcosa che li collega, e capire quale strappo della civiltà sia l’energia atomica».

Anche il suo uso pacifico?
«Sì. A molti il pericolo fu chiaro già allora. Ma durante la guerra fredda la corsa agli armamenti, contro cui io mi espressi sempre, catturò più attenzione. Allora la Repubblica federale cominciò a costruire centrali atomiche, una vicino casa mia».

Perché il movimento anti-nucleare conseguì così pochi risultati?
«La crescente dipendenza della politica dalle lobby è il marcio di tutta la storia. Anch’io ho protestato contro la crescente dipendenza del Parlamento dalle lobby».

Fukushima insegna cioè che la politica deve riconquistare il suo primato?
«Sì. Deve porre limite al potere delle lobby. Si dovrebbe creare un’area vietata per i lobbysti attorno al parlamento, come per le dimostrazioni di protesta».

La Germania ha spento molti reattori e importa energia dalla Francia. Che senso ha dire addio da soli al nucleare?
«Il problema è che rinviando l’addio al nucleare, come il governo Merkel decise, molto prima di Fukushima, sono stati bloccati molti investimenti già avviati nelle energie rinnovabili. Senza quella decisione di prolungamento d’uso delle centrali ora rinnegata, potremmo essere molto più avanti. Il freno va smantellato. A causa di quella scelta adesso dobbiamo importare energia atomica dall’estero. Ma è insensato dire che se la Germania spegne tutti i reattori adesso va al blackout».

Come devono reagire i cittadini con la loro coscienza critica?
«Il cittadino deve impegnarsi. Pesa sulla mia generazione il pensiero della Repubblica di Weimar, che fallì tra l’altro perché non furono abbastanza i cittadini che s’impegnarono per difenderla. La democrazia va difesa ogni giorno».

L’atomo è oggi il tema più importante?
«Non c’è un solo tema prioritario. La fine delle risorse, la fine della crescita economica, la globalizzazione, la scarsità di acqua, tutto è ugualmente importante. Il pericolo è che nel prossimo futuro tutto ci esploda in mano insieme. Il caro-alimentari, che qui da noi colpisce poco, nel terzo mondo è tragedia esistenziale».

Che cosa teme, se ogni problema esploderà insieme?
«Il mio timore peggiore è arrivare in futuro a una dittatura ambientale. Cioè dover vivere con decreti d’emergenza continui per salvare quel che resterà dell’ambiente. La catastrofe atomica in Giappone non può essere affrontata come fu con Cernobyl in Urss. E’ un assaggio del futuro che ci aspetta».

Cosa si aspetta dal movimento antinucleare?
«Vorrei fare il mio possibile per rafforzarlo. Ha bisogno di un respiro lungo. Quanto accade oggi in Giappone sparirà magari dalle prime pagine quando il pericolo immediato sembrerà venir meno. Ci sono politici che hanno fatto questo calcolo e puntano a successi promettendo moratorie».

-Fonte: Repubblica.it-

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