Etica Naturale

LA SAGGEZZA CHE DESCRISSE IL FUTURO

Archiviato in: Senza Categoria — Valerio Russo 25 Maggio 2009 @ 09:51

-Estratto della lettera inviata nel 1855 da Capo Sealth della tribù Duwanish al Presidente degli Stati Uniti Franklin Pierse-

Il Grande Capo che sta a Washington ci manda a dire che egli desidera acquistare la nostra terra[…]
Come si può comprare o vendere il cielo, Il calore della terra? La cosa ci sembra strana.
Noi non siamo proprietari della purezza dell’aria o dello scintillio delle acque.
Come si può comprare tutto questo da noi? Ogni angolo di questa terra è sacra per il mio popolo. Ogni lucente ago di pino, ogni spiaggia sabbiosa, ogni bruma dei boschi oscuri, ogni insetto ronzante è sacro nella memoria e nell’esperienza del mio popolo […]
Noi sappiamo che l’uomo bianco non capisce i nostri motivi. Una porzione di terra per lui è uguale a qualsiasi altra, perché egli è uno straniero che viene nella notte e prende dalla terra qualsiasi cosa di cui abbia bisogno.
La terra non è sua sorella ma la sua nemica, e quando egli l’ha conquistata l’abbandona. Egli lascia la tomba di suo padre, e il luogo ove i suoi figli sono nati viene dimenticato […]
Non ci sono posti quieti nelle città dell’uomo bianco. Nessun posto dove sentire lo stormire delle foglie primaverili o il frusciare delle ali degli insetti.
Ma forse io sono un selvaggio e non capisco, il rumore delle città sembra quasi ferire le orecchie. Ma che senso ha la vita se un uomo non può sentire il piacevole gridare del succiacapre o il gracidare della rana di notte intorno allo stagno? […]
Che cos’è l’uomo senza gli animali?
Se non ce ne fossero più gli indiani morirebbero di solitudine, perché qualunque cosa capiti agli animali in seguito capiterà agli uomini. Tutte le cose sono collegate […]
Anche l’uomo bianco passerà, forse prima di altre tribù.
Continuate a contaminare il letto ove vivete e una notte, quando i bufali saranno stati tutti massacrati, i cavalli selvaggi tutti domati, i più segreti angoli della foresta saranno appesantiti dal lezzo di molti uomini e i panorami delle fertili colline sfigurate dalle linee dei fili che portano parole, soffocherete nei vostri rifiuti.
Dove sarà la selva? Sparita.
Dove sarà l’aquila? Sparita.
Che senso avrà dire addio al rondone e alle cacce, se non la fine della vita e l’inizio della sopravvivenza?

SULLA MANIPOLAZIONE GENETICA

Archiviato in: Bioetica — Valerio Russo 8 Aprile 2009 @ 23:31

“Gli odierni cloners tentano di mutare il tipo fisiologico dell’essere vivente. Il che significa o miscelare insieme esseri «non previsti» dalla natura e di cui non si potrebbe più (o non si potrà) verificare se sia lecito annoverarli tra le specie ancora sconosciute; oppure tali da abolire l’unicità dell’individuo, dato che essi sarebbero delle repliche viventi (in un certo senso «gemelli», per non dire duplicati) di altri individui. Mentre la guerra atomica significa la distruzione degli esseri viventi inclusi gli uomini, la clonazione significa la distruzione della specie qua species, forse la distruzione della specie uomo attraverso la produzione di nuovi tipi di specie.”¹

Ciò che Günther Anders intende con “cloning” non è riferito unicamente all’attività di clonazione dell’uomo sull’uomo, ma abbraccia un significato più ampio, che viene determinato dalle stesse parole del filosofo: “Parlo qui del cosiddetto cloning, della manipolazione dei geni; cioè della possibilità di produrre nuovi «inauditi» e non previsti generi e specie, o persino duplicati d’individui esistenti.”²
La manipolazione dei geni contro cui si pronuncia Anders fa parte di quel percorso già intrapreso con l’eugenetica positiva che, passando per il miglioramento dell’individuo, nonché per il trattamento di quest’ultimo come materia, giunge alla genetica come creazione di nuovi temi che si sottraggono dalla gamma di variazioni già concesse a tutte le specie dando luogo ad esiti mai esistiti prima in natura.

¹ G. Anders, Die Antiquiertheit des Menschen. II: über die Zerstorung des Lebens im Zeitalter der dritten industriellen Revolution (trad. It. a cura di M. A. Mori, L’uomo è antiquato. II: Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale, Bollati-Boringhieri, Torino, 2007), p. 18.

² Ivi, p. 17.

POST-INDIFFERENCE: Dead Head - Dead End

Archiviato in: Visioni — Valerio Russo 11 Dicembre 2008 @ 01:07


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LA MORTE NELL’EPOCA DELLA SUA RIPRODUCIBILITÀ TECNICA

Archiviato in: Visioni — Valerio Russo 10 Ottobre 2008 @ 20:22

Si narra che gli elefanti, nel momento in cui percepiscono che la loro vita sta per spegnersi, vadano in un luogo segreto che possa accogliere le loro spoglie.. Tra mito e realtà, questo luogo è stato nominato “il cimitero degli elefanti”.
Ciò che invece sappiamo per certo è che gli elefanti possiedono il culto dei morti e che carezzano le ossa dei loro defunti con la proboscide.
Questi pensieri si interrompono e divengono confusi, nel momento in cui vedo l’immagine sopra riportata. All’uomo poco importa se il cimitero degli elefanti esista o sia una leggenda, il meschino essere umano si accontenta di poter riprodurre artificialmente tale luogo dipingendolo con il sangue di mille massacri.
Noi, spettatori reclusi negli appositi alloggi, non possiamo sentire il peso della morte di queste creature sulle nostre esistenze; fa tutto parte del gioco, quel che i nostri occhi vedono è una fotografia, il fantasma della situazione reale.
Non abbiamo la possibilità di sentire il freddo roboare del fucile, il suo ripetersi monologante contro l’agghiacciante barrito della fine. Il nostro disgusto sarà sempre limitato dall’impossibilità di vivere la situazione reale.
I media non ne parlano, e se ne parlano lo fanno con il loro linguaggio, con i loro filtri ed il giusto distacco…
Ma nel mondo reale, non quello che ci viene servito dentro casa, nel mondo reale dove ancora si percepisce il rumore del vento, la morte ne ha squarciato la melodia. Qualcosa è accaduto caro lettore: uomini veri, come me e come te, con occhi simili ai nostri, con le stesse mani e braccia… Uomini uguali a noi hanno ucciso delle creature viventi, ne hanno cavato le zanne scavando nella carne ed ignorando il sangue zampillante.
Quanti elefanti verseranno ancora il loro dolore su questa profana copia del loro sacro cimitero? Quanto tempo passerà prima che la carezza della loro proboscide venga interrotta dall’ennesimo sparo?
Il dolore verrà trasformato nell’ennesimo corpo depositato su una pila priva di ogni significato e probabilmente l’unica cosa che i cinesi impareranno dalle lacrime di questi animali sarà l’ingrediente segreto per qualche nuova zuppa…
Scompariranno gli elefanti, e con essi il culto animale dei morti, tutto verrà ingoiato e divorato da un culto più proficuo, che ha il profumo della modernità: il culto umano della morte.

IL MERCATO DELL’AVORIO NON E’ SAZIO: GLI ELEFANTI IN PERICOLO

Archiviato in: Notizie dal mondo — Valerio Russo 24 Luglio 2008 @ 21:35
GINEVRA - Dopo un divieto lungo 19 anni, sta per ritornare in commercio l’avorio. Il Cites, l’organismo delle Nazioni Unite che veglia sugli scambi di fauna e flora che rischiano l’estinzione, si riunirà domani a Ginevra per autorizzare la vendita di oltre cento tonnellate del materiale ricavato dalle zanne degli elefanti. L’allarme viene lanciato dagli ambientalisti che temono l’inizio di una nuova strage di dimensioni simili a quella che negli anni ‘80 portò all’abbattimento di circa settecentomila esemplari solo nel continente africano.

Il mio pensiero:
Sinceramente resto allibito dalle contraddizioni che la società capitalista sta sviluppando giorno dopo giorno.
Abbiamo assistito ultimamente alla dura lotta che alcuni uomini hanno intrapreso contro altri per la salvaguardia delle balene: l’esito è stato positivo, addirittura un paese è intervenuto contro un altro bloccandone il violento mercato cui auspicava.
Ma oggi pare che il mondo non abbia memoria e che il mercato in primis, non impari dal passato: Messe temporaneamente al riparo le balene, un nuovo attacco viene ora diretto contro gli elefanti.
La Cites ha infatti autorizzato la Cina ad ottenere lo status di “trading partner” e partecipare ad una vendita autorizzata d’avorio africano (si stimano 150 tonnellate); questo per premiare gli sforzi di Pechino nel contrastare il traffico illegale di avorio…
Sono perplesso lo ammetto; è come se ad un’organizzazione criminale venisse riconosciuta la licenza di uccidere come premio per aver tenuto a bada i propri sicari.
Al di là del fatto che questa similitudine potrà apparire agli occhi di molti troppo dura, credo tuttavia che ogni artificio letterario non renderebbe a pieno la follia di una simile decisione; se è vero che il contrabbando viene combattuto per difendere gli elefanti, perché il compenso deve essere una partita di cadaveri legalmente uccisa?
Personalmente mi sfugge la comprensione dell’istante in cui la lotta per il contrabbando dell’avorio si sleghi dalla lotta per proteggere gli elefanti, in modo che divengano due momenti separati e indipendenti, tali da permettere un nuovo massacro.
A tutto ciò c’è da aggiungere che la caccia illegale non è del tutto terminata; secondo l’IFAW (International Fund for Animal Welfare) , nel solo periodo 2000-2002 sono state sequestrate in Africa circa 18 tonnellate di avorio che corrispondono all’uccisione di 450-500 elefanti (teniamo bene a mente il fatto che il traffico scoperto è potenzialmente il 10% del contrabbando reale).
Leggo inoltre, che questi avvenimenti coincidono con l’entrata in scena delle organizzazioni criminali asiatiche(dunque la metafora usata precedentemente non è poi andata tanto lontana dalla realtà), che importano l’avorio grezzo dall’Africa per lavorarlo proprio in Cina.
Apprese queste notizie mi domando: perché nel mondo invece di realizzare un impegno concreto contro il contrabbando si giunge a legalizzare la caccia di un animale a rischio d’estinzione?
Allan Thornton, dell’Agenzia britannica di monitoraggio dell’ambiente ha dichiarato: “Se si consentirà loro di importare legalmente l’avorio, si aprirà la possibilità di una gigantesca copertura del traffico illegale». Ed io mi permetto di proseguire: Questa piccola concessione alla Cina avrà una sola conseguenza: L’ESTINZIONE degli elefanti.

Gli elefanti, nonostante la loro mole, sono dei mammiferi estremamente fragili, basti pensare che hanno una gestazione di 21 mesi, al termine della quale viene partorito un solo piccolo; fermiamoci adesso a riflettere sul fatto che il loro massacro viene perpetrato per ottenerne avorio dalle zanne, un materiale non necessario alla sopravvivenza dell’uomo e che al contrario viene utilizzato solo per produrre oggetti di lusso (l’inutilità).
Ma nel caso specifico, che necessità ha la Cina dell’avorio? Pare che il paese necessiti di questo materiale per produrre lussuose bacchette per il cibo (l’ironia dell’inutilità)…
…Ci troviamo ancora un volta gettati di fronte all’arroganza umana che osa estirpare la vita di un essere non per nutrirsi, non per difendersi ma per ornare il proprio banchetto..E tale riflessione ci condurrà ancora una volta di fronte all’orrore per la nostra specie.

IL DELFINO

Archiviato in: Versi — Valerio Russo 29 Maggio 2008 @ 17:03

Il Delfino.

Non so dar del tempo alcuna definizione
tale dote appartiene all’umana comprensione;
guardo così indietro, tra realtà e mito
e ripercorro le storie che ci hanno unito.

Ricordo il fugace amor tra ‘l dio dei mari Poseidone
e Melanto, splendida figlia di Deucalione
dar l’ origine a Delfi, la mitica città
ove la mantica apollinea dava responso della divinità.

Rinnova l’incontro fra le nostre essenze oh giovane umano!
dissolvi l’abissi dell’oblio fino a tendermi la mano;
torneremo in terra di Grecia seguendo strade leggendarie,
vivrai la carezza dell’ armonia nelle sue radici originarie.

Se Scilla, le sirene e il tritone erano le belve del mare,
io ero l’unico di cui ti potevi fidare;
e seppure allo spartan Falanto non mancasse il coraggio,
ricorse al mio aiuto nel mezzo del temibile naufragio.

Ma ahimè l’equilibrio è ormai mutato
or volgi le tue armi contro Natura che t’ha originato
come immemore del nostro sentimento
salpi in mari di sangue senza pentimento.

Le creature periscono sotto il dissolvimento della tua responsabilità,
abbrutimento d’una coscienza reclusa nelle moderne città.
Ed io ti prego: Destati da questo letargo,
che tornino i sentimenti tuoi all’antico riguardo.

Se ancora il cuor tuo riesce nel meravigliare
quando sopra l’onde mi vedi volteggiare,
nuotiamo assieme fino a perderci nel mare
fluidi sulla pelle, dolce carezzare.

Ti condurrò a rimirar lo spazio annullarsi all’orizzonte
teatro natural che del pensier nobile è fonte.
E nello scorcio immortal del cielo unirsi al mar
ogni emozione in un sorso d’anima vedrai riaffiorar.

Seguimi dunque mentre cavalco la forza delle acque
recupera il tuo amore, se mai tra questa spuma giacque.

Valerio Russo

BIOETICA LAICA E BIOETICA CATTOLICA (tra Dulbecco e Ratzinger)

Archiviato in: Bioetica — Valerio Russo 3 Maggio 2008 @ 13:55

Intendo inaugurare la categoria “Bioetica” del sito partendo proprio da due delle correnti teoriche fondamentali in cui questa si potrebbe dividere: bioetica laica e bioetica cattolica.
Questi modelli teorici si ispirano a due distinte visioni del mondo, la prima è incentrata solo sulla qualità della vita, mentre la seconda ne vuole tutelare anche la sacralità, una è ateleologica, l’altra teleologica, ed entrambe hanno un concetto ben distinto di persona.
Questi sono alcuni dei maggiori argomenti che delineano la dicotomia tra la prospettiva laica e quella cattolica. La domanda che subito ci attraversa la mente è questa: La dicotomia sopra menzionata è superabile?
A tal proposito, qui di seguito, proporrò l’articolo “L’ingegneria genetica tra Ratzinger e Dulbecco” scritto nel 1989 dal Prof. Aureliano Pacciolla, psicoterapeuta e docente di psicologia della personalità alla LUMSA.
Pacciolla parte dal presupposto che un vero e proprio dibattito sull’ingegneria genetica può iniziare solo successivamente alla “Donum Vitae”(espressione del pensiero ufficiale del magistero ecclesiastico pubblicata nel 1987 dall’allora Card. Joseph Ratzinger) e ad “Ingegneri della vita”(espressione del pensiero scientifico pubblicata nel 1988 dal Prof. Renato Dulbecco).
Le posizioni espresse da Ratzinger e Dulbecco costituiscono infatti i due atteggiamenti con cui cristiani e non cristiani dovrebbero confrontarsi al fine di delineare una coscienza personale riguardo alla dimensione deontologica.
Proprio per questo l’articolo propone un confronto tra i due autorevoli approcci riguardo l’ingegneria genetica con riferimenti specifici alle seguenti problematiche: se lo zigote sia da considerarsi o meno una persona, la fecondazione assistita, la libertà e i limiti della ricerca sul genoma umano, fino ad arrivare ad argomenti quali la transgenesi e l’ibridazione uomo-animale.
Il primo confronto riguarda “una delle maggiori differenziazioni tra l’impostazione di Ratzinger e quella di Dulbecco”: la legge naturale.
Secondo Ratzinger la legge morale proviene da un’entità trascendente, universale ed eterna “pertanto, essa non può essere concepita come normativa semplicemente biologica, ma, deve essere definita come l’ordine razionale secondo il quale l’uomo è chiamato dal Creatore a dirigere e regolare la sua vita e i suoi atti e, in particolare, a usare e disporre del proprio corpo.”
Del tutto diversa è la concezione di Dulbecco che definisce l’etica un insieme di regole dettate dalla mente umana e non da leggi universali.
Tengo a precisare quanto sia importante che Pacciolla abbia esplicato sin dall’inizio la diversa concezione di cattolici e laici riguardo alla legge morale, proprio perché questa determina il differenziarsi degli approcci a proposito della possibilità d’intervento sul genoma umano. Troveremo riscontro di quanto ho appena detto proprio parlando dello status morale dell’embrione e più specificatamente nella seconda domanda:
Lo zigote è una persona?
A tal proposito Ratzinger risponde dicendo che “dal momento in cui l’ovulo è fecondato, si inaugura una nuova vita che non è quella del padre o della madre, ma di un nuovo essere umano che si sviluppa per proprio conto”.
Ratzinger sostiene la continuità tra il concepimento e l’individuo che si svilupperà successivamente; questa nuova identità biologica va dunque tutelata come se si trattasse di una persona, in quanto potenzialmente è quella persona. Dunque per la bioetica cattolica il termine persona deve essere attribuito all’essere umano in ogni sua fase di sviluppo.
Notiamo chiaramente quanto sia forte in questa concezione l’ascendenza della filosofia aristotelica e scolastica di S. Tommaso che ribadirà la definizione di “Boezio: persona è naturae rationalis individua substantia” .
“La persona può definirsi substantia perché è individualità concreta; essa, in forza di tale definizione, va considerata soggetto autonomo (completa)”(D’Antuono, Bioetica, Edizioni Guida, Napoli, 2003, pag.56)
Da parte sua, invece, Dulbecco concorda sulla continuità tra concepimento e vita adulta, ma differenzia l’ovulo fecondato e le prime fasi dell’embrione dalla persona. Questo perché per molto tempo la persona non è riconoscibile nell’ovocita.
La terza problematica riguarda la fecondazione artificiale – L’essenziale e l’accidentale nella procreazione umana: E` morale una fecondazione effettuata in provetta (luogo extra-uterino) anziché nell’utero?
Emilia D’Antuono nel suo libro “Bioetica” ci dice che la fecondazione assistita viene chiamata dai cattolici “artificiale” per il suo carattere sostitutivo e che bisogna distinguere tra due forme:
1)Fecondazione assistita intracorporea (in vivo) in cui la fecondazione avviene nel corpo della donna;
2)Fecondazione assistita extracorporea detta anche tecnica Fivet (in vitro) in cui la fecondazione avviene in provetta e successivamente l’ovulo viene reimpiantato nella donna (embryo transfer).
A loro volta entrambe le forme possono essere:
A)omologa: se entrambi i gameti appartengono alla coppia che ha richiesto la fecondazione;
B)eterologa: se almeno un gamete appartiene ad un donatore esterno alla coppia.
Ancora una volta Pacciolla ci da una chiara sintesi riguardo alle posizioni di Ratzinger e Dulbecco.
Il primo è contrario in toto alla fecondazione artificiale, anche se ciò avviene per necessità fisiologica; questo perché la Chiesa ritiene illecito ogni atto procreativo NON accompagnato da quello unitivo.
Con la fecondazione artificiale verrebbe meno in primis l’atto unitivo delineato dalla Chiesa Cattolica come atto specifico del contesto sponsale, a ciò quella extracorporea aggiungerebbe anche il cambio del luogo (l’utero).
Di nuovo è importante notare quanto sia stata utile l’iniziale differenziazione di approcci riguardo la legge naturale; è chiaro infatti, che Ratzinger condannando la fecondazione artificiale si appella alla legge naturale che esprime la volontà di Dio “L’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla procreazione umana afferma la connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo”.
Contrariamente a Ratzinger, Dulbecco non considera essenziali luogo e modalità di procreazione; affinché quest’atto rientri nella moralità occorre rispettare delle precondizioni:
1) L’extrema ratio della fecondazione artificiale;
2)E` ammessa solo la fecondazione artificiale omologa;
3)Gli ovociti fecondati devono essere reintrodotti nell’utero della madre annullando ogni disponibilità di sperimentazione degli scienziati;
4)Tempi massimi di conservazione degli embrioni congelati;
5)La clonazione è proibita.
A questo punto nell’articolo di Pacciolla seguono una serie di interessanti osservazioni che Dulbecco fa sulla Chiesa Cattolica e nello specifico su Ratzinger riguardo la loro contrarietà ai metodi di procreazione artificiale. Lascio dunque alla lettura dei più interessati questa stimolante analisi di Dulbecco sulla procreazione artificiale in rapporto alla seconda guerra mondiale, le prime reazioni della Chiesa alla diffusione della pratica ed il punto di vista del “Gregge” rispetto alle idee dei “Pastori”.
“Un’altra fondamentale questione da chiarire in queste due prospettive è: quale atteggiamento tenere di fronte alla ricerca e alla sperimentazione sulla struttura genetica umana?” Con questa analisi il professor Pacciolla mette in evidenza un altro nodo cardine che, come i precedenti, ci porterà ad osservare la vicinanza ed il dissidio delle due prospettive.
La morale cattolica considera leciti solo quegli interventi sul patrimonio cromosomico che hanno come fine l’intervento terapeutico (la guarigione di malattie dovute a difetti cromosomici). Nella Donum Vitae Ratzinger espone chiaramente la posizione cattolica condannando tutti gli interventi sul DNA non terapeutici e nello specifico la sperimentazione, in quanto si mirerebbe alla selezione dell’essere umano ledendone la dignità e l’identità.
Dulbecco concorda con Ratzinger nel mettere in primo piano il rispetto della dignità e dell’identità umana e dichiara a sua volta illecite le sperimentazioni che mirano alla schedatura e alla selezione del genere umano. Tuttavia non si chiude in questa prospettiva ma considera quanto le biotecnologie hanno fatto per noi fino ad oggi; uno sguardo al passato dunque, che ci permette di guardare anche al futuro dell’ingegneria genetica. In particolar modo Dulbecco ritiene che la conoscenza e la manipolazione dei geni, entro determinati limiti, possa aiutarci a risolvere molti problemi del mondo: “nuovi tipi di colture e di bestiame potrebbero aiutare a risolvere i problemi della fame e del sottosviluppo”.
Per il mio allineamento con la bioetica e precisamente con il pensiero di Jonas, mi trovo ad accettare la riflessione di Dulbecco parzialmente, ne riconosco indubbiamente i vantaggi ma mi trovo più su una posizione di cautela riguardo la creazione di nuove colture e bestiame, poiché le annovero tra le scommesse di una tecnologia che non sa prevederne o controllarne i risultati.
Personalmente ho notato una frase di Dulbecco che sembrerebbe rimandare alla necessità di una scienza portatrice di responsabilità la quale funga da “tribunale della morale nel campo della vita” ed è la seguente: “Sarebbe sbagliato fermare la ricerca, ma sarebbe un errore anche più grave delegare agli scienziati o alle industrie la regolamentazione di una materia così delicata”. Dico senza particolari riserve che non appena ho letto queste parole la mente mi ha sussurrato: che Dulbecco stia facendo riferimento alla bioetica?
Ma torniamo ad analizzare cosa sia giudicato moralmente lecito e cosa no riguardo la sperimentazione; nuovamente l’articolo di Pacciolla ci aiuta a differenziare la posizione cattolica e quella laica: Secondo la prima, la fecondazione in vitro (che sia eterologa o omologa), la fecondazione tra gameti umani ed animali, la gestazione di embrioni in uteri animali, il congelamento di embrioni, la clonazione, la partenogenesi e l’embryo transfer sono moralmente illeciti. Troviamo dunque ribadito il concetto espresso poco sopra per il quale la Chiesa dice il suo no ad ogni manipolazione del DNA al di fuori degli interventi terapeutici.
Dulbecco invece ammette qualche eccezione riguardo all’embryo transfer e alla transgenesi; secondo l’autorevole scienziato infatti, l’embryo transfer potrebbe essere impiegato per salvare specie in via d’estinzione (si guardi l’esempio della caprecora citato da Pacciolla nell’articolo) mentre la transgenesi potrebbe servire a brevettare “mostri artificiali” che possano essere impiegati dall’uomo per vari scopi: dallo studio del cancro all’uso di tali mostri come bestiame rinforzato.
Lo scienziato resta invece totalmente irremovibile riguardo l’uso delle biotecnologie per creare esseri subumani o ibridazioni destinate ai lavori pesanti o ad altre funzioni di pura prestazione d’opera.
Ciò su cui vorrei riflettere per un attimo è l’uso che Dulbecco fa della parola “mostri artificiali” e il servizio a cui sembra predestinarli; tutto ciò suscita ogni mio interesse nel porre le seguenti domande: “Siamo consci del fatto che l’appellativo – artificiale - è una pura denominazione? Ci rendiamo conto che i mostri di cui parliamo non hanno nulla di artificiale ma costituiscono invece delle vite? Pur essendo esseri creati ex novo, questi mostri artificiali, non partecipano forse della vita e dunque, non hanno anch’essi una dignità?”. Ed in ultima analisi: “Perché siamo abituati a difendere l’idea di uomo relegando il resto nell’oggettualità?” C’è forse una classificazione graduale della vita che vede noi umani sulla vetta e sotto l’indifferenziata massa comprendente animali, mostri ed esseri artificiali? Secondo tali rappresentazioni, lo scienziato che tanto vuole distinguersi dal cattolico non sta cadendo nuovamente nell’antica concezione della scala naturae? Mi fermo qui lasciando al lettore la possibilità di ogni riflessione.
Abbiamo visto che c’è un punto di contatto fra Ratzinger e Dulbecco riguardo la ricerca e la sperimentazione sul DNA: Per entrambi il rispetto della dignità e dell’identità umana vengono prima di tutto. Tuttavia la vicinanza d’opinioni non si arresta qui poiché tutti e due ammettono l’uso di procedure non ancora del tutto convalidate solo nei casi in cui si potrebbe dare al paziente l’ultima chance di guarigione. A tal proposito segue un’ illuminante domanda del professor Pacciolla: “Ma che significa tutto ciò? Che solo gli animali e i moribondi possono essere oggetto di ricerca?”.
Una simile questione ha avuto in me l’effetto del domino facendo sorgere altre domande che mi limito ad accennare solamente in questa sede: “Gli animali e i moribondi non hanno forse una dignità da rispettare?” Ed ancora: “La piena vita di un animale ha lo stesso peso che quella di un moribondo?”.
L’ultima discordanza che viene presa in esame riguardo ai due approcci fa riferimento all’uso della diagnosi prenatale.
Dulbecco è a favore della diagnosi prenatale poiché permetterebbe di diagnosticare malattie nell’embrione rendendo possibile un aborto terapeutico. E questo è proprio ciò che non ammette Ratzinger, il quale non tollera che la diagnosi prenatale costituisca una sentenza di morte.
Aureliano Pacciolla conclude mettendo in rilievo quanto ognuno dei due testi presi in esame costituisca una fondamentale utilità con cui misurarsi, proprio il riconoscimento di questa duplice utilità sembrerebbe delineare, seppur non una soluzione, una nuova chiave di lettura della dicotomia inizialmente accennata. Ciò mette ancora più in luce quanto le biotecnologie siano una materia in via di chiarificazione e proprio per questo motivo occorrerebbe rivedere alcune delle posizioni dogmatiche ed allarmiste dei teologi.
Ciò non vuole essere motivo di propulsione della sperimentazione e della ricerca oltre ogni limite; il tutto necessita di principi morali ben definiti e proprio il professor Pacciolla ne delinea uno al termine dell’articolo.
Lascio a voi il confronto con la lettura integrale —> L’ingegneria genetica tra Ratzinger e Dulbecco


EMERGENZA SQUALO: IL SIGNORE DEGLI OCEANI E` IN PERICOLO

Archiviato in: Notizie dal mondo — Valerio Russo 1 Marzo 2008 @ 16:43
ROMA - E’ in grave pericolo il signore degli oceani. L’allarme per la sopravvivenza degli squali arriva dal congresso della Società Americana per l’avanzamento della Scienza (Aaas) in corso a Boston dove sono stati presentati i più recenti studi sullo stato di salute del grande predatore dei mari.
Secondo i dati presentati al congresso, il declino globale di tutte le specie di squali è ormai del 50%, ma per alcuni in particolare, fra i quali il martello e il tigre, è ormai arrivata al 95%.
Un recente studio ha dimostrato che gli squali non cacciano a caso ma si spostano seguendo sempre le stesse rotte, una sorta di autostrade subacquee; tuttavia sono anche le zone più minacciate dalla pesca selvaggia.
Una delle soluzioni auspicabili nel tentativo di salvaguardare questi maestosi animali è la creazione di nuove aree marine protette, soprattutto in questi luoghi.
L’articolo è tratto da http://www.repubblica.it/, 17/02/2008

Il mio pensiero: Tante, troppe cause concorrono simultaneamente a minacciare l’esistenza dello squalo; alla base di tutto c’è il fatto che quest’eccellente creatura è considerata selvaggina libera! Per questo motivo, ogni anno oltre 100 milioni di squali vengono uccisi.
Vorrei ribadire una cosa che forse, anche se difficilmente, potrebbe essere passata inosservata: CENTO MILIONI sono gli esemplari che vengono uccisi ogni anno; se consideriamo che la popolazione dell’Italia è di circa cinquantotto milioni, il massacro che viene perpetrato contro gli squali equivale a sterminare ogni anno 2 volte la popolazione dell’Italia. Ci si allontana poi così tanto da un crimine?
Solo in cinque paesi la caccia privata e commerciale di singoli esemplari è stata regolamentata, e solo lo squalo bianco è da poco protetto in Australia, Canada, Nuova Zelanda, Sudafrica e USA. E questo solo dopo che i modelli scientifici hanno dimostrato con chiarezza che la capacità di riproduzione della specie è seriamente in pericolo.
Se si considera attentamente che lo squalo giunge molto tardivamente alla maturità sessuale (circa 10 anni), non si spiega il motivo per il quale venga ancora giudicato selvaggina libera. Da ciò possiamo immediatamente sconfessare le teorie che vedono ancora l’uomo come l’essere a cui è adibita la consegna del mondo, al contrario,è un essere pericoloso proprio perché la sua ignoranza è illimitata quanto la sua libertà.

Le minacce che mettono in pericolo gli squali sono molteplici:
- In Giappone lo squalo è usato per la produzione di preparati contro l’impotenza, nonostante la loro inefficacia sia stata dimostrata scientificamente.
Spero converrete con me nella terrificante bassezza di una simile strumentalizzazione dello squalo.
- Ancora in Giappone le pinne dello squalo vengono utilizzate per le zuppe
Vorrei ricordare qual è l’operato che permette ai palati dei buongustai di deliziarsi: Lo squalo viene pescato, la pinna viene tagliata e l’intero corpo (ormai inutile) viene rigettato in mare condannato ad una lenta agonia per dissanguamento.
- I pescatori sportivi e l’industria turistica, che continua oggi come ieri con gran successo a offrire viaggi di pesca d’altura che si trasformano ogni volta in vere e proprie stragi.
- L’industria farmaceutica guadagna vendendo in tutto il mondo una polvere ricavata dalle cartilagini dello squalo quale rimedio contro il cancro e l’artrosi.
Il farmaco è notoriamente inutile ed il guadagno si fonda sulle speranze dei pazienti affetti da tali malattie.
-La pesca con le reti alla deriva in cui ogni anno milioni di squali restano intrappolati.
Queste reti infatti, che possono essere lunghe anche venti chilometri hanno una capacità di cattura elevata ma la loro selettività è bassissima, in questo modo non vengono catturate solo le specie di interesse e dimensioni commerciali ma anche specie protette come cetacei, mammiferi, tartarughe e squali. I dati più recenti dicono che 8 pesci su 10 sono ributtati in mare, morti o moribondi.
Questo è un altro esempio di come la tecnica ci serva in modo perverso, e di come noi, al tempo stesso, siamo talmente schiavi dei meccanismi di produzione, tanto da essere ciechi di fronte al fatto che condanniamo alla morte numerosi esseri.
Perché gli oceani ed i mari non possono permettersi di perdere un simile essere? Cosa rende lo squalo un eccellente creatura?
Gli squali sono esseri estremamente evoluti e diversificati. Sono comparsi prima dei dinosauri, più di trecento milioni di anni fa e non si sono estinti, questo perché la loro adattabilità gli ha permesso di sopravvivere in un ambiente estremamente selettivo come il mare, diffondendosi dalle acque tropicali a quelle gelide della Groenlandia.
Non è solo l’incredibile capacità di adattamento a rendere lo squalo il padrone dei mari, ma soprattutto il fatto che questa specie gioca un ruolo chiave nell’ ecosistema marino costituendo l’anello finale della catena alimentare! Gli squali controllano la proliferazione dei predatori che minacciano le riserve ittiche necessarie all’uomo, fanno sì che i pesci non possano moltiplicarsi in modo incontrollato ed eliminano gli esemplari malati e deboli. Alla figura di un mare sano è connessa necessariamente quella dello squalo.
Abbiamo ancora molto da scoprire su questo ennesimo mistero che la vita ha donato al nostro mondo; una recente ricerca ha infatti dimostrato che gli squali bianchi potrebbero avere dei comportamenti sociali.
I ricercatori del progetto TOPP (Tagging of Pacific Predators), hanno marcato decine di squali bianchi con tag satellitari ed hanno scoperto che, dopo aver lasciato i luoghi di alimentazione invernale lungo la costa californiana, questi animali si dirigono in un punto preciso del Pacifico. Quest’area non eccelle né per le correnti, né per la maggiore concentrazione di cibo ma gli squali vi sostano per mesi in un numero abbastanza elevato. Proprio per questo motivo la suddetta area è stata denominata “White Shark Cafe – Caffè dello squalo bianco”.
Contrariamente all’immagine che ne è stata costruita (squalo = portatore di morte) lo squalo è l’incarnazione della selezione naturale nei mari, è l’equilibrio; eliminarlo sarebbe l’ennesimo lancio del boomerang contro l’ambiente.
Tuttavia per l’uomo lo squalo è l’erede ideale dei mostri del passato e dei draghi medievali, è considerato da molti un vorace predatore che si aggira silenzioso nei mari del mondo.
Osservo tristemente l’ennesima necessità dell’uomo di cacciare un mostro esterno, anche se non reale, piuttosto che riconoscere e combattere il mostro che ha dentro di sé.
Ritengo che oltre ad estendere la protezione ad ogni razza di squalo, occorrerebbe anche la restrizione della pesca a quote definite con criteri scientifici alla costituzione di aree protette.
Cosa possiamo fare noi ogni giorno?
Nell’UE vi è un notevole consumo e commercio di carne di squalo e nel 2005 l’Italia è la quinta nazione al mondo per importazione di squali e prodotti di squali, dietro a Spagna, Corea del Sud, Cina e Messico.
Inoltre, nel nostro paese la carne di squalo è molto comune in tavola (anche se forse non ne siamo al corrente). Si usano per lo più nomi di fantasia, modi del venditore per non dire la parola squalo: Asià, cagnetto, vitella di mare; piatti da evitare assolutamente insieme a palombo, spinarolo, gattuccio e galeo, questi ultimi sono piccoli squali che nella Lista Rossa vengono classificati come “vulnerabili” o “in pericolo” di estinzione.
Dobbiamo rinunciare in via definitiva ad ogni prodotto basato sulla carne di squalo o da sostanze derivate dall’animale.
Dobbiamo ricordarci di ascoltare sempre quel sentimento di meraviglia che sorge di fronte alla natura e a ciò che ci offre, in ogni sua manifestazione, possa questa sembrarci misteriosa, pericolosa, incomprensibile.
Forse la rievocazione del sublime dinamico kantiano ci aiuterà a capire che non tutto può essere compreso e dominato e che l’uomo deve capire i propri limiti, i proprio luoghi. Siamo degli ospiti che intralciano e distruggono le strade che la natura ha da tempo tracciato.

N.B. La Shark Alliance è un’organizzazione che si dedica alla conservazione degli squali ed è proprio grazie a questa che è stata indetta una raccolta firme a favore della protezione dello squalo in Europa.
Ogni utente che abbia letto l’articolo dovrebbe fare un piccolissimo sforzo e sottoscrivere la suddetta petizione al sito http://www.sharktrust.org/content.asp?did=28596 , basterà inserire nome, cognome, indirizzo e-mail (che resterà privato) e selezionare il paese.

http://www.petitiononline.com/SharkS/petition.html
Quest’altra petizione è invece indirizzata al presidente della Repubblica cinese. Purtroppo anche in questo stato continua l’inaccettabile consumo di pinne di squalo per piatti quali zuppe e stufati.
Basterà cliccare su “Click here to Sign Petition”; gli unici dati obbligatori da inserire saranno nome ed email (per privacy potrete scegliere che la vostra mail non sia visibile agli altri utenti selezionando l’opzione “Private” in “Email Address Privacy Option: (choose one)”).

CONTRIBUIAMO DICENDO IL NOSTRO STOP AL MASSACRO!

Conferenza sul clima a Bali (03-14/12/2007)

Archiviato in: Notizie dal mondo — Valerio Russo 22 Gennaio 2008 @ 15:51

Dal 3 al 14 dicembre del 2007 si è svolta a Bali (Indonesia) la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici: un appuntamento cruciale per capire la reale intenzione della comunità internazionale di affrontare la minaccia del cambio di clima. Infatti, nonostante la ratifica del protocollo di Kyoto e la sua entrata in vigore, le emissioni di gas a effetto serra, responsabili del mutamento, non accennano a diminuire.

Il protocollo aveva stabilito che le emissioni dei gas serra dovevano essere ridotte del 5% entro il 2012 rispetto ai livelli del 1990. Nonostante l’obiettivo di riduzione, nel 2005 le economie ricche, ad esclusione dei paesi dell’ex blocco sovietico, hanno fatto registrare un aumento dell’11% dei gas climalteranti rispetto ai livelli del 1990.
E per quanto riguarda il nostro paese? Il primo elemento che salta agli occhi riguardo l’Italia è il clamoroso ritardo nell’elaborazione di una strategia complessiva: il nostro paese, invece di ridurre, ha aumentato il proprio contributo al cambiamento climatico.
Se si persevera in questa marcia mondiale verso l’irrazionale progresso, le conseguenze potrebbero essere gravi, entro i prossimi cinquanta anni il mare Artico potrebbe essere completamente libero dai ghiacci durante i mesi estivi, con il rischio di scomparsa delle isole.
Nella migliore delle ipotesi prevista dagli scienziati dell’Onu, con un aumento della temperatura globale, si assisterebbe all’aumento della frequenza di fenomeni meteorologici estremi come uragani e cicloni, con conseguente aumento di inondazioni in varie zone del pianeta, tra cui anche l’Europa mediterranea; aumenterebbe inoltre lo stress idrico e la desertificazione (rischio per i paesi dell’Africa).
Siamo di fronte al fatto che il protocollo di Kyoto è ormai limitato rispetto alle grandi alterazioni con cui l’uomo sta distruggendo il proprio pianeta, occorre dunque un nuovo accordo sul clima che dovrà entrare in vigore alla scadenza del protocollo nel 2012, e ciò deve avvenire nel minor tempo possibile in modo che il nuovo negoziato entri in vigore entro il 2012 evitando così un vuoto normativo dopo la prima fase. Come accaduto per il protocollo di Kyoto infatti, anche il nuovo accordo sarà probabilmente da sottoporre alla ratifica da parte dei singoli stati firmatari e sempre come nel primo caso ciò potrebbe richiedere diversi anni.
Bali rappresenta dunque una tappa importante per iniziare a produrre risultati concreti.
Il nuovo accordo deve essere raggiunto entro e non oltre il 2009 per far fronte alle eventuali ratifiche dei singoli stati firmatari.

Diviene sempre più importante capire che l’adattamento (la capacità di prevenire gli impatti dei cambiamenti climatici con una serie di contromisure) non è una semplice opzione ma una necessità.
Purtroppo attualmente proprio questa esigenza non riceve l’attenzione che merita, molti dei maggiori responsabili dell’inquinamento atmosferico, come gli Stati Uniti o l’Australia, non danno alcun contributo ai finanziamenti dei progetti di adattamento e questo è in parte dovuto al fatto che i finanziamenti sono ancora oggi “volontari”.
Le variazioni da apportare sono dunque:
- Maggiori finanziamenti, soprattutto da coloro che contribuiscono massivamente all’incremento dell’effetto serra.
- Fermare la deforestazione delle foreste pluviali che contribuisce al rilascio di CO2 nell’ambiente e alla successiva riduzione della produzione d’ossigeno da parte della flora.

- Estendere il sistema Kyoto integrando i paesi di recente industrializzazione come Corea del Sud, Singapore e Arabia Saudita.
Il nodo cardine è quello di fissare un obiettivo di riduzione delle emissioni globali del 50% entro il 2050 perché gli impatti dei cambiamenti climatici comportano costi umani e finanziari molto minori se si interviene preventivamente.

L’epilogo della Conferenza è stato minacciato da un inaspettato asse Stati Uniti – Russia che si sono opposti ai tagli dei gas serra per i paesi industrializzati e alla divisione delle responsabilità tra paesi ricchi e quelli in via di sviluppo.
A questo proposito è intervenuto personalmente Al Gore invitando i governi ad andare avanti con l’accordo anche senza gli Stati Uniti.
Al termine di oltre tredici giorni di trattative serrate, i delegati dei 190 paesi sono giunti all’intesa e gli Stati Uniti si sono uniti all’accordo solo all’ultimo minuto: La negoziazione su un nuovo accordo riguardo i mutamenti climatici che sostituisca in maniera più ambiziosa il Protocollo di Kyoto è prevista a Copenaghen nel 2009 ed il nuovo trattato avrà effetto a partire dalla fine del 2012.

Il mio pensiero:
Abbiamo nuovamente la conferma che l’innalzamento della comunità universale verso lo scopo etico e la promozione di interventi concreti, può e deve escludere qualsiasi elemento che cerchi di opporvisi promuovendo la propria singolarità (vedi le posizioni espresse in “L’Australia interviene contro la caccia alle balene”).
Per quanto potente ed importante uno stato possa essere, il suo muoversi come singolarità, il sostenere l’attuale interesse personale contro il mondo futuro, ne rende legittima l’esclusione dalla comunità che si fa coscienza etica e che in virtù di tale identità si percepisce come concreta e forte.

L’Australia interviene contro la caccia alle balene

Archiviato in: Notizie dal mondo — Valerio Russo 5 Gennaio 2008 @ 23:45
TOKYO - Parziale ripensamento del Giappone nella sua scelta di proseguire la caccia alle balene malgrado le proteste piovute su Tokyo dai governi di mezzo mondo. Da oggi in poi la flotta di baleniere del Sol Levante attualmente impegnata nell’Antartide non ucciderà più le megattere, specie ritenuta a rischio di estinzione, senza però rinunciare a portare avanti l’obiettivo di catturare complessivamente circa mille esemplari entro l’inizio del 2008.
La scelta fa seguito alla decisione australiana di spedire unità della guardia costiera per pattugliare le acque antartiche a caccia di prove da utilizzare in un eventuale processo contro il Giappone davanti alla giustizia internazionale.
“La nostra scelta dovrebbe avere l’effetto di migliorare le relazioni con l’Australia - ha osservato il portavoce del governo giapponese - ma dipende da come viene accolta. Gli australiani danno un nome ad ogni megattera, per le quali provano sentimenti di grande affetto, qualcosa che io non riesco a capire, ma in Australia è un vero e proprio sentimento nazionale”.
L’articolo è tratto da http://www.repubblica.it/, 21/12/2007

Il mio pensiero:
Tempo fa scrivendo della crudele crociata intrapresa dal Giappone contro le balene, riportai il pensiero di Robert McClelland (primo ministro per gli Affari esteri australiani) riguardo al fatto di usare la marina militare come deterrente contro le baleniere giapponesi, e commentai così: “Ammiro questi stati sebbene sappia che la flotta giapponese sarà lì ed il deterrente di cui si è parlato no, non ci sarà.”
Alla luce degli ultimi avvenimenti, devo ammettere che l’intervento australiano ha destato in me sorpresa e meraviglia.
Questa volta infatti, il Giappone non ha visto scorrer davanti ai propri occhi una manifestazione del pensiero ambientalista, un credo a lui sconosciuto operante nella solitudine della propria giustizia, ma ha visto chiara in volto la presenza di un altro paese, un ente di pari importanza e potenza nel gioco degli equilibri economici mondiali, portatore di un’opinione pubblica immensamente più vasta.
Occorre notare due cose:

1)Il Giappone ha rinunciato solo parzialmente ai suoi scopi, infatti, sono le sole megattere ad essere escluse dalla caccia in quanto specie a rischio d’estinzione; non cambia però l’obiettivo di catturare complessivamente circa mille animali.

2)Il parziale ripensamento è avvenuto non perché il Giappone sia stato mosso da umana comprensione della natura e delle sue creature, ma per uno stop deciso che ha fatto vacillare la sicurezza su cui finora aveva costruito il proprio potere, una sicurezza che dipendeva dal fatto che le parole non potevano colpirlo.

Abbiamo davanti agli occhi la dimostrazione che se l’intera comunità mondiale agisse in modo concreto contro il singolo che si oppone ai valori ed alle leggi di questa stessa, anche il più ostinato distruttore della morale sarebbe costretto a fare dietrofront. E questa deve essere la via che va perseguita, poiché il rischio che si corre nell’interdipendenza universale della società globalizzata è che i prodotti delle singole nazioni vengano imposti all’intero mercato mondiale.
Se immaginiamo quanto nel caso specifico delle balene ciò possa essere disastroso, capiremo subito che il Giappone non può fermarsi alla parzialità ma deve arrestare la caccia nella sua totalità e che occorre fermare il consumo di carne di balena anche all’interno della singola nazione, in quanto basterebbe un passo degli altri paesi verso questa folle economia per cadere nel massacro globalizzato.

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